Carceri sovraffollate? Più misure alternative

L'Italia viola i diritti dei detenuti tenendoli in celle dove hanno a disposizione meno di 3 metri quadrati. La Corte europea dei diritti umani ha così condannato l'Italia per trattamento inumano e degradante di 7 carcerati reclusi nei penitenziari di Busto Arsizio e di Piacenza che erano ricorsi ai giudici di Strasburgo per denunciare le condizioni in cui erano costretti a vivere. I giudici europei hanno dato tempo un anno all’Italia per rimediare e hanno annunciato nuove sentenze. Sarebbero, infatti, ancora diverse centinaia le denunce analoghe ancora pendenti.
La bocciatura europea delle carceri del Belpaese ripropone con forza la questione del sovraffollamento dei penitenziari italiani e di quali strade si possono percorrere per superare il problema e giungere ad un sistema penale più giusto.
 
Su questo tema, da molto tempo denunciato, Caritas Ambrosiana ha prodotto un ampio documento dal titolo “Extrema Ratio” in cui si spiegano le ragioni che hanno determinato tale situazione e si suggeriscono, conseguentemente, le proposte per uscirne. Nel documento si fa osservare «che più del 40% delle persone detenute in un carcere italiano non ha ancora subito una condanna definitiva, oltre il 20% è in attesa del “primo giudizio”» e che  «la situazione è ancora più accentuata per le persone straniere, che stanno in carcere in attesa di giudizio più frequentemente degli italiani: quasi la metà di loro è in carcere in attesa di una condanna definitiva».
 
Secondo Caritas Ambrosiana, dunque, una delle cause del sovraffollamento è «il progressivo inasprimento della legislazione che regola le migrazioni nel nostro paese», e che fa sì che per una persona straniera sia «molto più facile finire in carcere, anche per un reato di lieve entità, e molto più difficile uscirne, dato che è più difficile l’accesso alle misure alternative per chi non è italiano».
 
Nel documento si indicano inoltre all’origine del sovraffollamento delle patrie galere due norme del nostro passato recente. La legge “Fini-Giovanardi”, che ha superato la distinzione tra droghe leggere e pesanti e ha definito le quote minime oltre le quali scatta l’accusa di spaccio e la condanna alla detenzione. E la cosiddetta “ex-Cirielli”, che inasprisce le pene per chi è recidivo - anche per quelle situazioni di microcriminalità in cui la recidiva è molto frequente - e ha reso più difficile l’accesso alle misure alternative anche per molti detenuti che non hanno commesso reati di particolare gravità, ma che hanno subito più di una condanna.
 
Per questo «affrontare i fenomeni delle migrazioni e dell’uso di sostanze stupefacenti con strumenti d’intervento sociale, anziché penale, e in ogni caso riducendo l’uso della detenzione al minimo, assieme all’abolizione della “ex-Cirielli”, potrebbe contribuire ad alleggerire il sovraffollamento penitenziario». Inoltre «anche un uso più ampio e rapido delle misure alternative alla detenzione, già previste dall’ordinamento vigente, sarebbe utile per ridurre il numero di persone detenute in carcere, contribuendo al contempo ad aumentare la sicurezza», dato che è provato come gli interventi sociali alternativi riducono di molto il tasso di recidiva. Si suggerisce, inoltre, di «ridurre il ricorso alla custodia cautelare in carcere» e di «rivedere il sistema sanzionatorio con l’obiettivo di depenalizzare i reati meno gravi e di limitare l’uso del carcere a quelle sole situazioni in cui non si riesca a intervenire diversamente».
 
Insomma per risolvere il problema del sovraffollamento occorre ritornare alle parole del cardinale Carlo Maria Martini. Già in un testo del 1996, l’allora arcivescovo di Milano auspicava che il ricorso al carcere  fosse concepito «in termini di rigorosa extrema ratio, da riferirsi essenzialmente ai casi in cui sussista un pericolo attuale di reiterata aggressione a beni fondamentali» e che fossero invece privilegiate le pene alternative già previste dal nostro ordinamento.
 
Extrema ratio è anche il titolo di un’istallazione che Caritas Ambrosiana ha realizzato per sensibilizzare l’opinione pubblica sullo stato della vita dietro le sbarre. Con i detenuti del carcere di Bollate è stata realizzata una cella a dimensione reale. I visitatori che vi entrano hanno l’opportunità di seguire un percorso sensoriale che riproduce le condzioni di reclusione medie in un penitenziario italiano. L’istallazione, presentata per la prima volta, nella scorsa edizione della fiera “Fa’ la cosa giusta” a Milano, può essere richiesta all’indirizzo: carcere@caritasambrosiana.it

 

Leggi il dossier “Extrema ratio”

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