Le opere di misericordia: dar da mangiare...dar da bere



Il verbo con cui si aprono quelle che abbiamo imparato a chiamare fin dal tempo del catechismo “opere di misericordia” è il verbo dare che viene coniugato con il mangiare e con il bere, con il pane e con l’acqua.
Un verbo che parla di un gesto contro corrente rispetto agli atteggiamenti ben più spontanei come quelli di prendere, tenere, accaparrare, accumulare. Un verbo che contiene in sé una promessa, non solo un sacrificio, dal momento che “Dio ama chi dona con gioia” (2Cor 9,7). Un verbo che permette all’uomo di immettersi nella corrente della benedizione di un Dio che la Scrittura non smette di presentare come colui che ascolta il grido dei poveri per cui “rimanere sordi a quel grido ... ci pone fuori dalla volontà del Padre e dal suo progetto” (EG 187).

Dunque vale la pena di sgombrare il campo da ogni equivoco: al centro di questo impegno-dovere non c’è chissà quale visione sociologica o politica, bensì una precisa teologia, un preciso modo di pensare al mistero del Dio cristiano che non chiede anzitutto di “non uccidere”, “non rubare”, “non commettere adulterio”, ... ma soprattutto di dare, affinché la ricchezza presente nel mondo sia sempre più equamente distribuita.
Le opere di misericordia hanno di mira gli ultimi, i più appartati dalla vita sociale e ci ricordano che quando una persona non ha l’essenziale è perché la società gli sta negando quanto gli appartiene, qualcosa di suo. Restituirglielo non è bontà: è mera giustizia.

Comprendiamo tutti che ciò di cui stiamo parlando non si esaurisce in qualche gesto di pur generosa elemosina.

La posta in gioco riguarda un preciso stile di vita da favorire e da far crescere, fatto di alcuni ingredienti ben precisi: un coraggioso sguardo di fraternità, la libertà dall’ossessione di un consumismo che illude di trovare la felicità nel possesso delle cose, la sconfitta della “cultura dello scarto” che parte dalle cose per poi giungere alle persone. Uno stile di vita de-centrata, dove al cuore di tutto non c’è il mio interesse egoistico, ma la ricerca del benessere di quanti ho accanto a me. Ma, lo ripeto a costo di essere noioso: non per obbedire a chissà quale teoria di sapore vagamente comunista, bensì per mostrare come la comunione che si instaura con l’essere discepoli di Gesù ha sempre un carattere sociale, una forza di trasformazione delle relazioni tra le persone, le famiglie, addirittura gli Stati, contro ogni forma di paganesimo individualista.

Quando facciamo l’elemosina, quando andiamo incontro all’altro in una sua necessità, quando diamo da mangiare a chi ha fame e da bere a chi ha sete “diventiamo simili a Dio”, direbbe san Tommaso d’Aquino: se la maggiore virtù di Dio è la misericordia, “spetta alla misericordia donare ad altri e sollevare le miserie altrui”. Una misericordia che è anzitutto dono di Dio all’uomo, ad ogni uomo, ma che deve diventare opera dell’uomo. Un Dio che non ha bisogno dei nostri atti di culto, ma che ha bisogno di noi per raggiungere con il suo amore e il suo aiuto chi ha fame e chi ha sete.
Ma se il dar da mangiare trova una sua plastica attuazione nelle innumerevoli attività caritative come mense, distribuzione di alimenti, empori solidali ... almeno nei nostri territori il dar da bere ha bisogno di una diversa applicazione che potrebbe ruotare attorno a quei bisogni anche immateriali che sono la sete di essere valorizzati, riconosciuti nella propria dignità, di essere rispettati e tenuti in considerazione. Ci sono persone che vivono la solitudine con un dolore profondo e intenso quasi fosse mancanza d’acqua. Dobbiamo quindi ampliare il senso di dare da bere intendendolo come dare sollievo a chi si trova in un’angoscia simile a quella che prova l’assetato nel deserto. Dunque non devo andare per forza in Africa per dar da bere agli assetati, ma certamente devo imparare a usare bene l’acqua per loro, perché i beni di questo mondo sono per tutti. E senza mai scoraggiarsi.

“Non bisogna pensare che questi sforzi non cambieranno il mondo. Tali azioni diffondono un bene nella società che sempre produce frutti al di là di quanto si possa constatare, perché provocano in seno a questa terra un bene che tende sempre a diffondersi, a volte invisibilmente” (LS 212).

Don Roberto Davanzo

Se vuoi vedere tutte le riflessioni di don Roberto Davanzo sulle Opere di Misericordia, clicca qui.

Inoltre, per approfondire l'argomento, presso l'Ufficio Documentazione sono a disposizione una serie di pubblicazioni sulle Opere di Misericordia, clicca qui per vedere.

 

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