Ci sarà un futuro per questa società?

È della fine del mese di settembre la celebrazione di un Convegno che abbiamo organizzato in collaborazione con diverse realtà che si occupano del mondo degli anziani e che lo fanno nel tentativo di porre le premesse perchè questi possano restare il più a lungo possibile nella loro abitazione, nel loro quartiere, nella rete di relazioni che da sempre li hanno accompagnati.
Si trattava di raccontare il frutto di un progetto chiamato “Margherita”, fatto di tanti petali quanti possono essere gli interventi domiciliari che aiutano un anziano, magari solo, magari non più del tutto autosufficiente, magari anche segnato da qualche patologia, ... a non vivere la percezione di sentirsi abbandonato, dalle forze della vita e dagli affetti che quella vita hanno nutrito.
Certo, l’intento di questo editoriale non è quello di riassumere i contenuti del Convegno. Piuttosto quello di lanciare – semmai ce ne fosse bisogno – un segnale di preoccupazione rispetto al futuro di questa nostra società in cui l’obiettivo indebolimento della famiglia, la sua frantumazione, la sua polverizzazione verso forme sempre meno impegnative e responsabilizzanti, ci espone ad un domani fatto di fasce anziane così dominanti in termini statistici da diventare insostenibili in termini sociali ed economici.
Detto in termini laici possiamo affermare che sta scomparendo il desiderio di figli in senso plurale e ai molti figli si preferisce di gran lunga un solo figlio o nessun figlio. Ma lo stesso figlio unico, se pure basta alla coppia, non può certo bastare alla società nel suo complesso.
Per alcuni ricercatori l’allontanamento dei cittadini dalla società e dallo stato va di pari passo con la ‘fuga’ dalla famiglia. Entrambi questi allontanamenti hanno una stessa base: un’esaltazione dell’individualismo che non vuole “combattere” la famiglia, ma sostanzialmente finisce per cambiarla. Ad esempio, arrivando al matrimonio a età sempre più avanzate o scegliendo di non avere figli.
Sono consapevole di semplificare una realtà molto complessa. Insieme, sono convinto che, a furia di de-potenziare il concetto di famiglia tradizionale, i tassi di fecondità non potranno che risentirne, anche al di là delle politiche di sostegno alla famiglia che i singoli stati riusciranno ad attuare. Credo di poter affermare con serenità che mentre l’apertura verso i figli è in certo senso connaturata alla famiglia tradizionale, lo è meno alle coppie di fatto, meno ancora alle coppie di fatto non conviventi e alle situazioni che neppure possono definirsi coppia.
Dunque, che succederà ai Paesi occidentali segnati da una così bassa natalità? Paesi in cui aumenta l’invecchiamento anche a seguito dell’innalzamento della speranza di vita? Dove le generazioni più anziane non riusciranno ad essere sostituite da quelle più giovani e peseranno sempre di più sulle loro spalle? Dove lo stesso contributo offerto dalla maggiore fecondità delle coppie immigrate non riuscirà più a compensare il volume insufficiente delle nascite delle coppie autoctone?
Come Caritas ovviamente continueremo a presidiare i processi di invecchiamento, ad inventare le forme più adeguate di vicinanza e sostegno, ad inventare sempre nuovi “Progetti Margherita”, affinchè il nostro invecchiare sia vissuto nel modo più bello e pacificato e attivo possibile.
Insieme, è preciso dovere di una Caritas operare affinchè l’attenzione culturale sia indirizzata più alle famiglie che agli individui e più alle famiglie nella loro unitarietà che ai singoli individui al loro interno. Convinti che il modo più vero per difendere i diritti dell’individuo è quello di garantirgli una autentica ed adeguata cornice familiare. Così come la difesa del bene privato non potrà mai prescindere dalla priorità da riconoscere alla promozione del bene comune.
La questione è seria e la sfida è aperta. La Chiesa si accinge a raccoglierla nell’ormai imminente Sinodo dei vescovi dedicato precisamente alle “Sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione” e che si terrà a Roma dal 5 al 19 ottobre prossimo. Lo seguiremo con attenzione e sana trepidazione. Non c’è di mezzo la difesa di chissà quale “valore non negoziabile”. La posta in  gioco è “solo” il futuro della nostra società, la possibilità di invecchiare senza disperazione, certi che il domani, dopo di noi, sarà ancora più bello di quanto abbiamo vissuto noi stessi.
 
Don Roberto Davanzo


Leggi tutto l'inserto de "Il Segno" di ottobre 2014
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