Dobbiamo imparare la carità ambientale

Che il fenomeno delle alluvioni e inondazioni sia antico quanto il mondo lo testimonia la stessa Bibbia con il racconto del diluvio universale di Genesi 11. Ma gli storici ci spiegano che la stessa letteratura sacra di area babilonese - e dunque mesopotamica – riporta una narrazione molto simile a quella che vide protagonista Noè e la sua arca.
Queste considerazioni non riescono a consolarci o a renderci rassegnati rispetto al ripetersi di eventi catastrofici che nel giro di pochissimi anni ci hanno fatto assistere ad eventi variamente drammatici che hanno colpito la Liguria (ottobre 2011), la Toscana (ottobre 2013), le Filippine (novembre 2013), la Sardegna (novembre 2013), l’Emilia (febbraio 2014), le Marche (maggio 2014) ed ora la Serbia e la Bosnia-Erzegovina.

Ho voluto elencare ciascuno dei territori colpiti da inondazioni o comunque da fatti legati ad un clima variamente impazzito che, a fronte di una sempre più progressiva desertificazione di talune zone del pianeta, ci fa assistere a fenomeni metereologici devastanti. Per ciascuno di questi eventi come Caritas Ambrosiana abbiamo attivato le nostre abituali procedure previste in caso di emergenze: raccolta fondi, invio di materiale di supporto (idropulitrici, deumidificatori, ...), presenza di nostri operatori a sostegno delle Caritas locali.

Ma a questo punto forse tutto ciò non è più sufficiente dal momento che la nostra azione rischia di assomigliare al tentativo di svuotare il mare con un colabrodo, all’apposizione di un cerotto su una piaga purulenta.

Agire nelle emergenze è necessario, indispensabile, ma anche insufficiente.

È venuto il tempo di affiancare alla nostra proverbiale generosità ed intraprendenza, la fatica e l’impegno di imparare una “carità ambientale”, cioè una carità capace di educare i nostri cittadini a considerare l’ambiente nel quale ci troviamo a vivere come ad un destinatario della nostra azione. Un ambiente che noi cristiani chiamiamo con il nome di “creato”, che consideriamo come un dono che Dio ha fatto all’uomo, “non perché l’uomo vi spadroneggi, ma perché ne abbiamo cura e lo utilizziamo a beneficio di tutti, sempre con grande rispetto e gratitudine” (Papa Francesco).

Sono consapevole che non è sempre così dimostrabile la connessione tra l’inquinamento generato dal modello di sviluppo che i Paesi ricchi hanno imposto al mondo intero e i cambiamenti climatici. Di certo è davanti agli occhi di tutti che qualcosa non sta funzionando. Che certamente molte di queste catastrofi sono dovute all’incuria e all’assenza di intelligenti politiche di prevenzione. Che insomma l’uomo non può pretendere di avere sempre atteggiamenti padronali nei confronti dell’ambiente illudendosi che questo non porterà conseguenze. Che non ci è lecito continuare ad agire come se il mondo dovesse finire con la nostra generazione e che dunque non abbiamo alcuna responsabilità nei confronti di quelli che verranno dopo di noi.

Nell’ultima udienza generale di mercoledì 21 maggio Papa Francesco ha raccontato di un incontro con una persona semplice che gli diceva: “Dobbiamo custodire le cose belle che Dio ci ha dato; il creato è per noi affinché ne approfittiamo bene; non sfruttarlo, ma custodirlo, perché Dio perdona sempre, noi uomini perdoniamo alcune volte, ma il creato non perdona mai e se tu non lo custodisci lui ti distruggerà”.
Ovvio, alle prossime disgrazie ci rimboccheremo le maniche, come sempre. Ma non è venuto anche il tempo per imparare a pensare all’ambiente né come ad un avversario, né come un oggetto a nostra totale disposizione, ma come ad una realtà da renderci amica con stili di vita e scelte politiche e industriali adeguate?

Don Roberto Davanzo, direttore di Caritas Ambrosiana

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