Seppellire i morti


 
Come il condividere la mensa e come il coprire la propria nudità, anche quello di seppellire i propri defunti appartiene a quelle prassi di vita che ci rendono differenti dagli animali. L’uomo è il solo animale che ha la coscienza della morte ed è il solo essere che ha sviluppato la pratica della sepoltura dei morti.
Si fa fatica a parlarne, ma la posta in gioco che sta dietro alla settima opera di misericordia corporale è altissima. Riflettere sulla sepoltura pone l’uomo di fronte all’interrogativo basilare che la morte costituisce per lui. E lo invita a discernere ciò che è essenziale nell’esistenza. Dietro a questa opera di misericordia c'è di mezzo il modo di pensare e di vivere la morte dei nostri cari, ma ultimamente anche la nostra. C'è di mezzo il senso ultimo che riusciamo a dare all'avventura umana e la risposta che riusciamo a dare alla domanda sul "dopo". Ma c'è di mezzo la possibilità di salvare il mistero della morte da una deriva individualista. Ricordiamo tutti l’amara considerazione del grande Fabrizio De André quando cantava "cari fratelli dell'altra sponda/cantammo in coro giù sulla terra/amammo tutti l'identica donna/partimmo in mille per la stessa guerra/questo ricordo non vi consoli/quando si muore si muore si muore soli/questo ricordo non vi consoli/quando si muore si muore soli". Ma proprio per questo è indispensabile percepire che i momenti decisivi della vita, il nascere come il morire, ci coinvolgono un po' tutti, hanno una dimensione comunitaria che però deve essere evidenziata. Se la morte è un fatto personalissimo, essa è anche un fatto pubblico che riguarda la collettività, ed è un impoverimento ridurla a fenomeno privato, individuale, affidato ai professionisti del mercato funerario.
Seppellire i morti è un'opera di misericordia, cioè un atto di carità verso un'altra persona, verso un povero, il povero per eccellenza che è l'uomo morto, l'uomo privo di quella ricchezza inestimabile che è la vita fisica. Un atto di carità che riguarda anche i parenti e gli amici del defunto, attraverso la forma del farsi vicini, del formulare in modo non banale le proprie condoglianze, del partecipare alla celebrazione del funerale, ai riti di inumazione. Una carità che ha bisogno di una dimensione pubblica e visibile: la visibilità di un cimitero e di una sepoltura personale è significativa per una cultura della memoria, che chiede di essere sostenuta da segni visibili e inscrive la morte nella comunità dei viventi. I defunti non ci appartengono, ma piuttosto siamo noi ad appartenere loro.
A questo proposito è doverosa qualche considerazione rispetto alla pratica della cremazione che potrebbe esporre alla perdita di questa dimensione memoriale. Benché l’inumazione o comunque la deposizione in loculi rappresentano la forma di sepoltura privilegiata nell’occidente cristiano, in questi ultimi anni la chiesa cattolica accetta di accompagnare religiosamente anche chi ha scelto la cremazione, se questo non è stato fatto con motivazioni anticristiane di disprezzo per la fede nella resurrezione. Ciò non elimina tutta una serie di problemi rispetto alla collocazione delle ceneri del defunto, specie quando i parenti decidono o per una loro dispersione o – d’altro lato – per una conservazione domestica. Se la prima scelta è criticabile in quanto priva di un “luogo” nel quale fare memoria di chi ci ha preceduto, la seconda rischia di avvallare una concezione “privatistica” della memoria del defunto, quasi fosse nostra proprietà. Ecco recuperato il valore del cimitero (che significa “dormitorio”) come luogo collettivo che ci mette di fronte al mistero della vita e della morte, mistero su cui tornare continuamente se non vogliamo far cadere nella barbarie la nostra società. Ecco il senso del recupero della nostra opera di misericordia da intendersi come riscoperta di quelle forme molto tangibili, corporee, grazie alle quali elaborare un linguaggio convincente, capace di trasmettere la fede cristiana relativa al morire dell’uomo. “A differenza di quel che succedeva in passato, ai giorni nostri, quando il malato muore ormai in ospedali del tutto anonimi, il morire non conosce più uno «stile»” scriveva Karl Rahner. Contribuire al recupero di questo «stile» capace di comunicare anche all’uomo del nostro tempo un senso inedito e impensabile alla stessa morte è un modo straordinariamente necessario per attualizzare l’opera di “seppellire i morti”.
 
Don Roberto Davanzo
 
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