Martini, l’uomo della Parola che credeva nelle Opere

La Caritas Ambrosiana, così come è oggi, deve moltissimo al Cardinal Martini. L’ascolto e l’attenzione agli ultimi, la sollecitudine per il fratello povero sono temi ricorrenti nei suoi interventi lungo tutti i 23 anni in cui fu alla guida dell’Arcidiocesi di Milano. La carità è stato un riferimento costante del suo magistero dalla cattedra di Sant’Ambrogio. Centinaia di omelie, articoli, saggi vi rimandano continuamente. In ognuna delle lettere pastorali se ne possono trarre citazioni. Persino nella prima, agli inizi degli anni 80, dedicata ad un tema così apparentemente lontano, come la dimensione contemplativa della vita, Martini sottolinea che “la carità è frutto fondamentale dell’Eucarestia”, che ”tutta la preghiera deve comunque orientare alla carità”. “L’identità cristiana si esprime nella capacità di testimoniare fedelmente il “primato della carità”, ribadisce negli “Itinerari educativi” del 1988-89. Invita a “vivere la carità nelle relazioni quotidiane”, solo modo per “superare l’ostacolo dell’abitudine e dello scoraggiamento” in Effatà-Apriti, nel 1990-91. Fino ad esplicitare, ormai quasi alla fine del suo mandato, nella lettera “Quale Bellezza salverà il mondo?” (1990-2000), che la “la carità è la Bellezza che si irradia e trasforma chi raggiunge”. Martini, il biblista, l’intellettuale, l’uomo della Parola, sapeva che Essa si rende riconoscibile nella Storia, attraverso le opere. E a promuove le “opere” l’Arcivescovo incoraggiò le comunità ecclesiali, individuando la Caritas Ambrosiana, come lo strumento appropriato a tale compito. Fondamentale, a tale proposito, furono certamente due momenti. Il primo, il Convegno Farsi Prossimo, anticipato nell’85 dalla lettera omonima : «Quali forze vanno risvegliate, quali responsabilità vanno assunte, quali itinerari vanno percorsi, perché noi possiamo ripetere il gesto del buon samaritano qui ed ora, nel mondo di oggi..?», si chiede, cogliendo l’urgenza di rinnovare le forme della carità, il gesto sempre uguale del buon samaritano appunto, che va attualizzato di fronte ad un mondo che, già a metà degli anni 80 globalizzandosi, si apre al confronto tra culture diverse, frantuma identità condivise, liquida dinamiche comunitarie sotto spinte individualistiche sempre più forti. L’Arcivescovo in quella lettera indica che “nella società attuale, amare con paziente concretezza il fratello povero, bisognoso, oppresso significa non limitarsi a fare qualche intervento personale ma anche cercare di risanare le condizioni economiche, sociali, politiche della povertà e dell’ingiustizia”. Non solo. In quella lettera riconosce la necessità di “attrezzare le nostre comunità di strumenti più agili, più capillari, più efficaci di pronto intervento, per casi difficili che non riescono ad essere affrontati dai nomarli mezzi dell’assistenza sociale”. Fu proprio da queste parole che prese corpo l’idea di promuovere organizzazioni dedicate alla carità e parallele al mondo spontaneo del volontariato parrocchiale. Processo che venne consacrato dal 47esimo Sinodo Diocesano, avviato nel novembre del 1993 e conclusosi nel 1995, in cui si affidava alla Caritas “organismo pastorale istituito dall’Arcivescovo al fine di promuovere la testimonianza della carità”, il compito di “coordinamento delle iniziative caritative e assistenziali”. Se oggi la Caritas Ambrosiana può contare su una fitta rete di centri di ascolto, gestiti per lo più da volontari e presenti quasi in ogni decanato della vasta diocesi. Se dispone di cooperative in cui operano professionisti capaci di offrire risposte a domande di assistenza complesse. Se oggi Caritas è in grado di gestire servizi innovativi, spesso all’avanguardia, e di far valere la propria esperienza anche nel dibattito pubblico. Se è riuscita a diventare tutto questo, lo si deve proprio alle intuizioni, prima, e alla guida sollecita e sempre pronta, poi, di un grande uomo di Chiesa, uno dei Pastori più amati che la Diocesi ambrosiana ha avuto in sorte. Per questo ci sentiamo di esperire tutto il nostro cordoglio per la sua scomparsa dopo una lunga malattia sopportata con grande dignità e coerenza. Al cardinale Martini va il nostro saluto e ringraziamento, sorretti dalla speranza che benevolmente saprà guardarci e ispirarci, anche ora, presso il Padre che lo ha voluto chiamare a Sé.

Don Roberto Davanzo

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