Covid-19 in Bosnia, Moldova e Kenya


MIGRANTI LUNGO LA ROTTA BALCANICA: QUARANTENA PERMANENTE


A partire da marzo, mano a mano che il coronavirus dilagava per l’Europa, alcuni stati disposti lungo la dorsale balcanica hanno messo in atto provvedimenti che hanno interessato non solamente la popolazione locale, ma anche e soprattutto la popolazione migrante che vive all’interno dei centri di transito e per richiedenti asilo, allestiti e istituiti lungo la cosiddetta Rotta balcanica a partire dal 2016.
I paesi maggiormente interessati dalla presenza dei migranti in transito sono Grecia, Serbia e – a partire dal 2018 – Bosnia Erzegovina, diventata nella zona nord-occidentale il collo di bottiglia prima di entrare in Croazia e da lì nei Paesi Schengen, la meta cui maggiormente aspirano le persone, che provengono principalmente da Afghanistan, Pakistan, Siria, Iran e Iraq. Gli stati posti lungo la Rotta balcanica hanno non solo imposto misure restrittive alla popolazione locale, ma hanno chiuso la popolazione migrante all’interno dei campi, dispiegando forze speciali a controllarne i perimetri: nessuna nuova persona entra e nessuno esce, in una quarantena permanente.
In Grecia si calcola una presenza di oltre 118 mila tra rifugiati e richiedenti asilo; circa 20 mila abitano nei 30 campi dislocati sul continente e oltre 38 mila sono bloccati nei campi ufficiali e informali sulle isole di Lesvos, Chios, Samos e Kos.
In Serbia sono oltre 8.500 i richiedenti asilo e i migranti distribuiti nei 17 centri in gestione governativa all’interno del paese.
Infine si calcola che in Bosnia Erzegovina ci siano circa 5.500 persone alloggiate in 9 campi per l’accoglienza, ma che almeno 2 mila vivano dormendo in edifici e fabbriche abbandonati o in tende e accampamenti di fortuna nei boschi lungo i confini con la Croazia.
Caritas Ambrosiana, in collaborazione con Ipsia Acli, durante il lockdown, ha distribuito in Bosnia generi alimentari a 1668 migranti (di cui 414 minori non accompagnati), ha donato ai più piccoli un dolce per Pasqua e si è impegnata, non appena sarà possibile l’acquisto, a distribuire kit di abbigliamento (vestiti, scarpe e biancheria intima) ai minori ospitati nei campi profughi.
 


REPUBBLICA MOLDOVA: IL VIRUS NON GUARDA IN FACCIA ALLA POVERTÀ

Come in molte parti  del mondo anche in Moldova si è intervenuti, dalla seconda settimana di marzo, con misure di contenimento del virus; sono state chiuse gran parte delle attività economiche, così come  gli istituti scolastici ed educativi e tutti gli esercizi ritenuti non essenziali.
Questo ha permesso fortunatamente di ridurre i contagi anche se le conseguenze sociali ed economiche del virus stanno incidendo pesantemente sulla popolazione dello stato più povero d’ Europa.


Caritas Ambrosiana, che collabora da molti anni con Missione Sociale Diaconia (Diaconia), organismo socio-pastorale della Metropolia di Bessarabia, si è immediatamente attivata finanziando nella capitale Chisinau,  l’avvio di un Centro Logistico per lo stoccaggio e la distribuzione di beni alimentari e kit igienico-sanitari.
Diaconia, in collaborazione con il comune di Chisinau, le parrocchie e le diverse realtà associative, ha fornito un aiuto mirato alle persone più colpite, soprattutto anziani soli e famiglie. Grazie all’aiuto di numerosi volontari, nel primo mese di emergenza, circa 1.500 famiglie hanno ricevuto prodotti igienici e  un aiuto alimentare.


Dal 4 Maggio, inoltre è ripartita l’unità di strada che negli ultimi anni ha distribuito un pasto caldo agli anziani e ai senza fissa dimora della capitale. Adesso consegna i pasti a domicilio e, grazie all'aiuto dei volontari, circa 50 anziani sono assistiti quotidianamente.
Il virus in un paese con un’economia molto fragile come la Moldova sta accrescendo le disuguaglianze, acutizzando le situazioni di marginalità e di bisogno, la quasi totale mancanza di ammortizzatori sociali e meccanismi assistenziali rende indispensabile e prezioso per la vita di molti il lavoro delle associazioni come Diaconia.



KENYA: CON MOMBASA, UNITI NELL’EMERGENZA

Caritas Mombasa è gemellata con la nostra Caritas diocesana, ormai, dalla fine del 2013.
Nelle chiese della città e della diocesi è da febbraio che si prega anche per noi; fin da subito Brother John, il direttore della Caritas diocesana e Father Lagho, il Vicario Generale, hanno manifestato la loro preoccupazione e la loro solidarietà nei nostri confronti assicurandoci la loro vicinanza anche attraverso  momenti di preghiera.
Purtroppo però, come si temeva, le telefonate delle ultime settimane ci riportano, con grande apprensione, il fatto che, ormai, anche in quel territorio, il covid19 sta diffondendosi con conseguenze ancor più imprevedibili che da noi.
Per ora, fortunatamente, i numeri sono piuttosto bassi ma sono in aumento e soprattutto riferiti a un contesto dove le strutture sanitarie sono carenti, a parte qualche ospedale accessibile solo ai più ricchi.


Fonti attendibili dicono che in tutto il Kenya ci sono circa 500 posti per la terapia intensiva e 250 ventilatori, già in gran parte utilizzati.
Le misure preventive, come è facile intuire, non sono facilmente attuabili.
Basti pensare alle condizioni abitative della popolazione che vive negli slums o alla difficoltà di raggiungere i villaggi per un’adeguata sensibilizzazione, oltre alla limitatissima disponibilità di acqua, così fondamentale per la prevenzione, in un territorio caratterizzato dalla siccità.
E come non sottolineare le conseguenze della pandemia per l’economia informale che sta alla base della vita di molte famiglie? ”Cosa posso fare? Meglio rischiare di ammalarsi di covid che morire per mancanza di cibo”; è un ritornello frequente sulle strade di Mombasa.


La diocesi di Mombasa si è attivata immediatamente creando, per volontà del vescovo Martin Kivuva, una commissione che possa seguire a tempo pieno l’emergenza. 
In particolare, l’impegno in risposta alla situazione si sta concentrando su 3 filoni principali:
  • sensibilizzare la popolazione, soprattutto nei villaggi, attraverso la radio e alcuni momenti formativi
  • garantire gli alimenti ad alto contenuto nutritivo a 800 famiglie che sono maggiormente in difficoltà individuate attraverso le parrocchie, senza escludere chi appartiene a fedi diverse
  • fornire, in collaborazione col Ministero della Salute, al maggior numero di persone possibile, mascherine, guanti e acqua
 
Caritas Ambrosiana sta sostenendo questi primi interventi con un primo finanziamento di 15.000 euro ma si teme che le necessità possano crescere significativamente nel prossimo periodo.

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