Repubblica Centrafricana: un conflitto ancora irrisolto


La Repubblica Centrafricana è attualmente ancora in un contesto di grande insicurezza e disordine, in cui l’appello alla giustizia è un fragile miraggio. Il problema degli sfollati continua a rappresentare il punto focale che rende la situazione Centrafrica un caso di emergenza umanitaria.
I campi profughi, soprattutto sulle aree di confine, in cui infrastrutture e servizi di base sono limitati, sono messi a dura prova dal continuo affluire di gente in fuga dalle proprie case: secondo i dati OCHA, si parla attualmente di quasi un milione di persone.

Le stime di Unicef sulla situazione minori parlano chiaro:
2,3 milioni di bambini sono colpiti dal conflitto, circa 10.000 bambii sono stati reclutati da gruppi armati e più di 430 bambini sono stati uccisi e mutilati; tre volte in più dei casi segnalati nel 2013.

Estrema fragilità e debolezza caratterizzano, quindi, una popolazione che vive in un contesto di delinquenza post-bellica e odio persistente tra le due parti in conflitto.
La divisione in due fazione, infatti, non fa che accentuarsi e alimenta i contrasti in una già molto instabile situazione.
Grazie a nostri contatti con Padre Beniamino Gusmeroli abbiamo qualche notizia del quadro generale: la coalizione Seleka, da un parte, si rivela agguerrita; non meno determinate, dall’altra, sono le milizie di autodifesa, detti anti-Balaka, anche se dispongono di maggior difficoltà di coordinazione.  
L’atmosfera che si respira in Centrafrica è, quindi, ancora di molta tensione e, a proposito di ciò, Padre Beniamino ci scrive: “Tutto è tornato in subbuglio un po’ su tutto il territorio nazionale. Un malcontento generale sta prendendo piede, anzi ha già preso piede. Di fronte alla situazione in pieno stallo e che non si evolve, la popolazione e le varie forza in campo chiedono con forza e aggressività le dimissioni della presidente di transizione Catherine Samba Panza. Uno slogan che circola in questo periodo è -Quando Catherine s'accende è il popolo centrafricano che brucia-, come a dire che qualunque cosa decide di fare la presidente chi ci rimette è la popolazione del paese.”

L’accrescersi delle rivalità politiche e della competizione potrebbe essere, secondo le fonti misna, un’implicazione della decisione della presidente di far confluire al governo esponenti di entrambe le parti in conflitto. Tra gli altri fattori, anche il traffico illegale di pietre preziose e oro, cui il centrafrica si presta tuttora nonostante l’embargo, gioca un ruolo importante per nutrire il conflitto finanziando l’acquisto di nuove armi.

La situazione è volatile e precaria”, commenta monsignor Dieudonné Nzapalainga, arcivescovo di Bangui e presidente della conferenza episcopale centrafricana, “Il governo non riesce a estendere la sua autorità su tutto il paese. I gruppi armati continuano a seminare la morte uccidendo cittadini pacifici. La paura si legge sui volti delle persone. Le rapine sono diventate moneta corrente a Bangui. La gente è stanca e vuole la pace, ma è ostaggio delle bande armate che usano la violenza per imporsi.”

Ripetute rapine hanno trovato un perfetto alleato nella notte, dal momento che le vittime non possono chiedere aiuto dopo le 21:00, causa chiusura delle reti di telefonia mobile.
Anche la testimonianza di padre Beniamino, a proposito, dei disordini descrive una zona di Bouar, in particolare la strada che collega il Camerun al Centrafrica, come un teatro di rapine a viaggiatori e incendi d’auto da parte di un gruppo ribelle vicino ai Seleka, che tenta di liberare il proprio capo, Abdoulay Miskine, prigioniero da diversi mesi in Camerun. Il rapimento di persone è stato il passo successivo per incentivare la liberazione di Miskine: dapprima centrafricani e camerunensi, poi stranieri, come il missionario polacco padre Mathieu della diocesi proprio di Bouar.

La pace è ancora illusoria e i nodi del conflitto
ancora irrisolti, ma dalle parole di Monsignor Nzapalainga si percepisce la voglia delle persone di cominciare a ricostruire la propria vita: “Osserviamo un timido ritorno ai quartieri abbandonati. Gli incontri di coesione sociale si moltiplicano. Questo mostra il desiderio dei centrafricani di voltare questa pagina oscura del nostro Paese”. 





Di fronte a questa situazione, Caritas Ambrosiana, in coordinamento con Caritas Italiana, sta promuovendo il sostegno della ripresa socio-economica di diverse comunità della diocesi di Bouar.
In particolare si sta collaborando con padre Beniamino Gusmeroli responsabile della Caritas locale per il rafforzamento di un progetto di sviluppo agricolo.


 
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