SETTEMBRE 2019. MOLLO TUTTO E VADO UN ANNO IN SPAGNA

Vi racconto il mio Corpo Europeo di Solidarietà
Maggio 2019. Università conclusa, un bel lavoro, tanti impegni. Una vita bella, ricca.
Settembre 2019. Mollo tutto e vado un anno in Spagna. Una fuga? No di certo. Una pausa? Forse. Una ricerca? Sicuramente.

Mi chiamo Francesco. La proposta del progetto “Tu compromiso mejora el mundo – Compartiendo el viaje” aveva attratto fin da subito la mia attenzione. Una mail, una candidatura quasi per gioco (ma in fondo tanto, tanto desiderata) e infine l’inaspettata selezione. Non ero nuovo al mondo Caritas: il mese d’agosto dello stesso anno avevo trascorso un mese in Libano partecipando ai Cantieri della Solidarietà. Dopo tanti confronti, tante indecisioni, tanti dubbi, decido di dar retta a quella voce che dentro di me mi dice che devo tentare, che mi devo buttare, senza rimpianti. Se davvero tutto quello che ho nella mia vita non mi basta, è arrivato il momento di appoggiare questa sensazione e fidarmi di quell’impulso che mi spinge a non accontentarmi, a mettermi in gioco, a non guardare la vita dal balcone.
E allora si parte. Senza pensare troppo al dopo, senza sensi di colpa e immergendosi totalmente nell’esperienza.

Durante i mesi trascorsi a Madrid ho svolto un volontariato presso centri diurni e residenziali (Cedia24h e Nuestra Señora de Valvanera) dove Caritas Madrid accoglie persone senza fissa dimora e chi (per il fatto stesso di aver vissuto en la calle) soffre di importanti disturbi psichici. Il progetto, finanziato dall’Unione Europea e inserito nei Corpi Europei di Solidarietà, è orientato all’accompagnamento quotidiano delle persone ospiti nei centri. Si associa spesso il volontariato al fare qualcosa per gli altri, senza chiedere nulla in cambio. Per me, questo progetto si è rivelato, prima ancora che per fare, un’occasione per stare.

Certo, nei centri di Caritas dove passavo le mie giornate mi era chiesto anche di supportare lo staff e di portare avanti attività e iniziative; ma ciò che davvero ha reso speciale l’esperienza è stata la possibilità di entrare in contatto con persone che appartengono alla cosiddetta società esclusa, un gruppo di poveri (nel senso più ampio, inclusivo e “moderno” del termine) che, per una serie di difficoltà accumulate, si ritrova a vivere ai margini. Si tratta perlopiù di quelli che sono chiamati i nuovi poveri, i poveri frutto di una società dello scarto, sempre più selettiva e impermeabile. In spagnolo le persone senza fissa dimora sono definite con l’espressione sin hogar, difficile da rendere in italiano. L’hogar è molto più che una casa e la condizione di sinhogarismo è molto di più che la mancanza di un tetto sopra la testa. I poveri d’oggi soffrono essenzialmente di solitudine; una solitudine che si dimostra essere allo stesso tempo causa ed effetto di varie piaghe, quali la mancanza di lavoro, la condizione d’immigrato, la violenza domestica, la disabilità, la dipendenza.

Nei centri dove ho svolto il mio volontariato passavo ore con le persone, giocando, svolgendo attività, insegnando loro l’inglese, cucinando, aiutandoli nelle loro necessità quotidiane, ma soprattutto stando con loro. L’obiettivo stesso di molte attività non era il risultato, bensì il fatto di averle svolte insieme. A queste persone “impoverite” è stata tolta la dignità, che ognuno di noi possiede per il fatto stesso di essere nato; un accompagnamento (che si rivela processo, prima ancora che meta) è indispensabile per restituire per quanto possibile la dignità alle persone, accrescendo innanzitutto la loro autostima. 
L’esperienza a Madrid, che si è conclusa prima del previsto a causa dell’emergenza Covid (sono tornato a marzo 2020 invece che a luglio), mi ha insegnato tanto, innanzitutto che è necessario abbattere molte barriere, prime fra tutte quelle del pregiudizio; ogni pregiudizio ci è stato insegnato, lo abbiamo appreso dalla società e l’unica maniera per abbatterlo è conoscere, immergendosi nella realtà, verso cui ci scopriremo assolutamente ignoranti e presuntuosi.
Esperienze come quella dei Corpi Europei di Solidarietà rappresentano opportunità uniche per un giovane: permettono di passare un periodo all’estero approfondendo la conoscenza di una lingua straniera, mettono in contatto con realtà che fanno crescere dal punto di vista umano, e aprono nuove strade.

Per me la partecipazione al progetto è stata un vero e proprio trampolino di lancio: ora sto lavorando come operatore presso una struttura che accoglie e accompagna persone senza dimora, gestita da Caritas Ambrosiana. A volte mi chiedo come sarebbe la mia vita ora se non avessi dato retta a quella voce che mi spingeva a tuffarmi in questo progetto: bella, sicuramente, come già lo era prima, ma forse meno piena, meno realizzata.
Vorrei quindi concludere con un invito rivolto a ogni giovane che avrà voglia di leggere queste righe: lanciamoci senza paura, spendiamoci per gli altri, non poniamo limiti a ciò che ci spinge verso la realizzazione dei nostri sogni di fraternità. E fidiamoci, fidiamoci delle opportunità che ci vengono offerte. Riscoprendo la bellezza del fare della nostra vita un dono per gli altri potremo davvero lasciare un segno in questo mondo.


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