Editorale di Don R. Davanzo - 25.11.2012

Ogni anno in Italia vengono uccise dai loro partner (mariti, fidanzati, o “ex”) 170 donne, più o meno il doppio degli omicidi mafiosi. Il dato è allarmante e vale la pena ricordarlo, oggi, giornata mondiale contro la violenza sulle donne. E aggiungo che vale la pena che a ricordarlo sia proprio un sacerdote. I femminicidi, consumati spesso dentro le mura domestiche, infatti non possono non inquietare un prete, come me, che sull’altare ha consacrato ormai diverse decina di unioni e più in generale non può non inquietare la comunità dei credenti, che al matrimonio continua ad attribuire un valore appunto sacro e dunque, inviolabile. Che significato ha, allora, la sacramentalità del matrimonio, se questa relazione è segnata dalla violenza, addirittura estrema, come l’omicidio.
Una risposta chiara e limpida l’ha data recentemente l’arcivescovo Gualtiero Bassetti, ai fedeli della sua diocesi, quella di Perugia-Città delle Pieve, sconvolta dall’omicidio do Ovidio Stamulis, il 17enne ucciso dal compagno della madre a Pietrafitta di Pigaro.
Scrive il presule, dalle colonne del settimanale diocesano La Voce, che “la violenza all’interno del nucleo familiare rende impossibile l’autentica relazionalità interpersonale e crea pertanto una situazione in assoluta contraddizione con il matrimonio e – nel caso di battezzati – con la sua sacramentalità”. “Le relazioni di coppia e familiari improntate al dominio dell’uomo sulla donna e sui figli – continua l’arcivescovo - rendono vana la possibilità stessa per la famiglia di accogliere e trasmettere autenticamente il Vangelo. Gesù, infatti, invita ad un radicale abbandono di tutte le relazioni di prevaricazione e alla loro conversione sulla base dell’esempio di lui che sta in mezzo a noi come colui che serve (cf Lc 22,27)”.  Per questa ragione conclude il Pastore della diocesi perugina “la violenza all’interno del nucleo familiare rende l’esperienza familiare devastante ai fini dell’educazione dei figli e della trasmissione della fede”.  E dunque, “di fronte ad un tale fenomeno che ha provocato e provoca ogni giorno lutti e sofferenze inaudite”, i parroci o chi ha la responsabilità di dirigere uffici pastorali, quando vengono a conoscenza di casi di violenza domestica devono porsi come “primo obiettivo di salvare il matrimonio”, “evitando la coabitazione del soggetto violento con gli altri membri del nucleo familiare e con la denuncia alle pubbliche autorità”. “L’obiettivo di “salvare il matrimonio” e ristabilire la coabitazione potrà ragionevolmente essere perseguito solo al termine di un percorso di ristrutturazione dei meccanismi di convivenza familiare”. Mi pare un ragionamento limpido, che spazza via il campo da ogni equivoco, e che mi rincuora anche come direttore appunto di un ufficio pastorale, sebbene di un’altra diocesi ma della stessa Chiesa italiana, che è la Caritas Ambrosiana.
La Caritas riconosce nella violenza di genere primariamente una violazione della dignità umana inscritta in ogni donna e uomo dall’atto creatore di Dio conseguentemente anche una violazione dei diritti umani, probabilmente la violazione più diffusa nel mondo e la più tollerata a livello sociale. Già nella “Lettera alle donne”, del 1995 Papa Giovanni Paolo II affermava:  “Sono convinto che il segreto per percorrere speditamente la strada del pieno rispetto dell’identità femminile non passi solo per la denuncia, pur necessaria, delle discriminazioni e delle ingiustizie, ma anche e soprattutto per un fattivo quanto illuminato progetto di promozione, che riguardi tutti gli ambiti della vita femminile, a partire da una rinnovata e universale presa di coscienza della dignità della donna.”.
La denuncia della violenza e l’adozione di leggi per il suo contrasto rappresentano un punto di partenza imprescindibile, tuttavia un effettivo cambiamento nei rapporti tra uomo e donna è possibile solo attraverso un processo di messa in discussione dei meccanismi di prevaricazione. Per questo motivo gli interventi di contrasto alla violenza sulle donne sono efficaci nel tempo e a livello collettivo, solo se coinvolgono attivamente anche gli uomini. “Protagonisti negativi di questo discorso siamo noi, i maschi creati assieme alle donne a immagine di Dio. La Bibbia ci istruisce fin dalle prime battute che “Dio creò l’uomo a sua immagine; ... maschio e femmina li creò” (cfr. Gen 1,27). Questo significa che l’immagine di Dio funziona solo nella relazione bella e armonica tra uomo e donna. Né l’uomo da solo, né la donna da sola sono immagine di Dio. Parlare dunque di donne vittime significa pensare a chi le rende tali e non ci vuole molto a dedurre che l’onore - si fa per dire – spetta agli uomini loro sposi e compagni (…) si tratta di riconoscere che è la stessa immagine di Dio a perdere di eloquenza. La questione è anche teologica. Se la relazione tra maschio e femmina che le nostre comunità cristiane fanno trasparire non è capace di parlare di bellezza e armonia, viene meno la capacità di dire “Dio” della Chiesa al mondo di oggi”.
Per tutte queste ragioni  Caritas Ambrosiana si occupa di maltrattamento intra-familiare dal 1994, con un’apposita area e  un servizio specifico (Se.D. - Servizio Disagio Donne).  Nel triennio 2009-2011 sono pervenute al Servizio 570 telefonate di richiesta di aiuto, 239 provenivano da  donne italiane e 331 da straniere; l’ascolto e l’accoglienza delle loro richieste ha condotto a ospitare 36 donne in strutture residenziali della rete Caritas e ad accompagnarne 117 a livello territoriale, poiché disponevano di una situazione alloggiativa autonoma oppure non era necessario l’allontanamento dalla propria abitazione.  Questi dati sono solo la punta dell’iceberg; sappiamo infatti che sono molto di più le situazioni accolte nei Centri di ascolto della Diocesi, o ascoltate dai sacerdoti nelle parrocchie. Che fare allora?
In primo luogo occorre  far crescere la consapevolezza della violenza. Un modo per farlo è dotarsi di strumenti di ricerca e di monitoraggio. Invece, manca ancora un osservatorio permanente che accompagni le riflessioni e una seria banca dati. Sarebbe utile istituirlo.
Poi servono leggi e strumenti che tutelino quante subiscono violenza, strutture di ascolto e di ospitalità a cui appoggiarsi e a cui indirizzare le donne. Quindi è opportuno che l’Italia ratifichi la Convenzione del Consiglio d’Europa “Sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica” e che la Regione Lombardia attui quanto afferma la Legge approvata a luglio 2012, dopo anni di gestazione. Infine occorre affermare che dalla violenza si può uscire. L’invito alla sopportazione, ancora così fortemente radicato nella nostra cultura, nega alla donna e agli eventuali figli dignità e diritto al benessere e alla serenità; così facendo si stravolge l’immagine della famiglia come progetto d’amore a immagine, per i credenti, dell’amore di Dio.
Non si deve più tacere: la violenza va denunciata e le donne devono sapere che ci può essere un futuro libero dalla violenza; che tutte le donne, anche le straniere irregolari, possono essere tutelate e sostenute.
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