Milano esclusiva o escludente?

Quanto più diventa esclusiva, tanto più rischia di diventare escludente. Milano, città degli affari, della grande finanza, del terziario avanzato, capace – dopo Expo – di modernizzazione intelligente, fucina di occasioni per tanti. E al tempo stesso anche la città italiana con il maggior numero di persone senza dimora, segnata da sacche di vulnerabilità sociale che sembrano irriducibili, popolata da tante persone in evidente difficoltà nonostante abbiano una casa, e magari pure un lavoro. Tendenzialmente esclusiva, potenzialmente escludente.

La metropoli più europea d’Italia vive una parabola schizofrenica, che il suo arcivescovo, Mario Delpini, da mesi va evidenziando. Milano è «la città che riqualifica quartieri e palazzi (…), che seduce i turisti e gli uomini d’affari», ha riconosciuto il vescovo nel discorso per la festa di Sant’Ambrogio, ma intanto «demolisce le case popolari e costruisce appartamenti a prezzi inaccessibili». Ambivalenza da cui scaturisce una domanda: «Dove troveranno casa le famiglie giovani, il futuro della città? Coloro che in città devono lavorare, studiare, invecchiare?».

La richiesta di competenze elevate ha prodotto, a Milano, una spirale ascensionale di gruppi sociali diffusi, ma contribuisce a determinare un’impennata di prezzi, affitti, mutui (e in generale costi), a cui non corrisponde analogo adeguamento di salari e ricavi. Così, mentre molti si elevano, a essere trascinate verso il basso sono tanti che non hanno lavoro, entrate, capacità, o che non riescono a emanciparsi da lavori umili, precari, sottopagati.

Accanto all’area “classica” delle gravi marginalità sociali, si sedimenta una nuova classe di working poor, che tra l’altro rischia di proiettare la propria condizione di fragilità ed esclusione sui figli. Tra gli elevati e gli sprofondati si barcamena, inoltre, un vasto ceto medio, che altrove potrebbe abitare e vivere con (relativa) tranquillità, ma a Milano, e in generale nelle metropoli più dinamiche, rischia di non farcela.

La città presenta gli affitti medi più alti d’Italia e in continua crescita; per un monolocale si pagano mediamente 690 euro al mese, per un bilocale 870. Sul mercato immobiliare, il costo medio a metro quadro supera i 5.500 euro. Le case popolari sono circa 63 mila, ma ogni anno se ne liberano solo mille, e così giacciono pendenti circa 25 mila domande di assegnazione.

Sistema bloccato, insomma: si osanna, giustamente, il Bosco verticale, ma attorno la fragilità abitativa si fa sempre più orizzontale. Tra le cause, vi è il fatto che in Italia l’abitare è tutto orientato verso la proprietà immobiliare, mentre la locazione rimane una soluzione residuale. Circa il 20% delle famiglie non vivono in una casa di proprietà, ed è in quest’area sociale che la condizione di disagio abitativo si va facendo assai diffusa.

Il “sistema Caritas” cerca di dare risposte alla fame generale di case e ai bisogni particolari. Come quello di tante famiglie rom (oggetto di un recente convegno), che nel post-pandemia hanno abbandonato gli insediamenti informali per occupare alloggi sfitti, e che si stenta – per inerzie burocratiche e carenza di politiche adeguate – a far rientrare in circuiti di legalità abitativa, su cui si potrebbero innestare percorsi di inclusione sociale. L’attenzione a soggetti minoritari e vulnerabili resta per Caritas doverosa. E non costituisce una sottrazione di energie e risorse a politiche di interesse generale. Anzi, dai margini sociali certi fenomeni si leggono prima e meglio, e ciò fornisce lo stimolo a elaborare risposte che riguardano, potenzialmente, ampie porzioni della comunità territoriale.

Non bisogna alimentare conflitti tra poveri e quasi-poveri. Anche agli ultimi bisogna garantire diritti, di cui a giovarsi possono essere tutti i cittadini.

Luciano Gualzetti


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