La legalità è un bene essenziale per assicurare la pacifica convivenza in ogni contesto sociale. E per promuovere la causa dei deboli e vulnerabili, i più esposti a soffrire e a vivere relazioni di sudditanza, in contesti caratterizzati da illegalità diffusa e “ambientale”.
Comprendiamo dunque che per affermare la legalità siano talora necessarie azioni di polizia di vasta portata, mirate a sgominare centri di delinquenza e forme di abusivismo che si annidano in quartieri segnati da diffuse forme di fragilità. Come detto, sono le persone anziane e le famiglie oneste a pagare maggiormente, nella loro quotidianità, la pervasività e il controllo del crimine.
Ciò vale in generale. E anche nei quartieri periferici di Milano che sono stati teatro, negli ultimi mesi del 2025, di blitz e sgomberi tesi a contrastare, nelle intenzioni e secondo le dichiarazioni delle autorità competenti, occupazioni abusive di alloggi pubblici, reti di spaccio di sostanze stupefacenti, addirittura la detenzione illegale di armi.
Affermare la legalità, però, non è obiettivo che possa esaurirsi nell’esercizio di azioni di polizia. Le quali devono aver consapevolezza e rispetto di contesti complessi, segnati da diverse forme di disagio sociale. Bisognosi, anzitutto, di un paziente e delicato lavoro di prevenzione, educazione, accompagnamento e affermazione di diritti fondamentali.
Cooperazione, senza strappi
Non tanto e non solo l’oggetto degli interventi di polizia, ma anche il metodo seguito per realizzarli, determinano dunque il giudizio che si può dare di essi. Sgomberi e blitz possono centrare alcuni obiettivi di pubblica sicurezza e ripristinare, almeno per un certo tempo, il doveroso controllo del territorio da parte dello Stato. Ma a medio e lungo termine non hanno vera efficacia, né rispettano, nell’immediato, i bisogni e la dignità di chi li subisce e del contesto sociale in cui avvengono, se non sono intrecciati ad altre forme di intervento, di mediazione culturale, di presidio sociale.
Nei quartieri milanesi (Giambellino-Lorenteggio e San Siro) coinvolti dalle recenti azioni, agiscono scuole, associazioni, cooperative, parrocchie e operatori dei servizi sociali territoriali, che quotidianamente si sforzano di animare, accompagnare, sostenere, incoraggiare, in definitiva garantire una vita dignitosa a persone vulnerabili e smarrite, che sperimentano da lungo tempo la negazione di diritti fondamentali. Intervenire e sgomberare con la forza, mettendo sotto pressione per diverse ore interi quartieri – come è avvenuto –, lasciando senza corrente elettrica interi nuclei famigliari, non preoccupandosi di situazioni diffuse di fragilità sociale, psichica, culturale, non può essere l’unica manifestazione dei poteri statali e pubblici, dopo anni in cui risposte tangibili sui versanti della prevenzione dell’illegalità, del diritto alla casa, di una corretta e trasparente gestione del patrimonio immobiliare pubblico erano state quantomeno latitanti.
Dopo i blitz, in tanti si sono mossi per far arrivare aiuti alle famiglie “abusive” con minori o disabili rimaste al buio o al freddo, in modo da affrontare la fase transitoria dell’emergenza, in attesa che si mettano a punto soluzioni sostenibili sia sul piano del diritto che sul piano sociale. Si può fare molto, insieme, anche nei contesti più difficili. Ciascun soggetto istituzionale, sociale ed ecclesiale può contribuire ad assicurare legalità e diritti sociali. Certi quartieri si presentano come inospitali territori di frontiera. Solo la cooperazione, senza forzature o strappi, può renderli cuori pulsanti di una città vivibile. Da tutti e per tutti.
Erica Tossani
don Paolo Selmi
direttori Caritas Ambrosiana
Leggi tutto l'inserto Farsi Prosimo sul Segno di Febbraio 2026