Raccolta diocesana indumenti usati

Ramise, etnia rom, 47, anni, un marito e quattro figli. È arrivata a Milano alla fine degli anni ’90 dai Balcani in seguito alla guerra nell’ex Jugoslavia. Ha abitato prima nel campo abusivo di via Barzaghi, poi in quello comunale di via Novara. Qui ha incontrato gli operatori di Caritas Ambrosiana grazie ai quali ha iniziato un percorso di integrazione. Oggi è in grado di parlare e scrivere correttamente in italiano, ha un lavoro a tempo indeterminato presso la stireria Taivè, ha potuto ottenere la cittadinanza italiana e alla scorse elezioni politiche ha potuto votare per la prima volta in vita sua. Vive in una casa popolare di Quarto Oggiaro. Ha mandato i figli a scuola. I due più grandi sono sposati e lavorano il terzo ha da poco iniziato un tirocinio lavorativo.
«Grazie a questa opportunità, ho capito che potevo essere molto più utile a tutti uscendo dal campo – racconta -. All’inizio non è stato facile. Ho dovuto prima di tutto convincere me stessa, poi mio marito e i suoi parenti. Ma alla fine, la mia determinazione e l’incoraggiamento che ho ricevuto dalle operatrici e dalle volontarie della stireria hanno avuto la meglio».
I proventi della raccolta indumenti usati, che si svolgerà nelle parrocchie della Diocesi sabato 11 maggio, saranno utilizzati per la promozione di attività lavorative di donne Rom come Ramise impegnate nel progetto Taivè.

La sartoria Taivè, aperta in via Adolfo Wildt, nel quartiere milanese di Lambrate, è stata voluta 10 anni fa da Caritas Ambrosiana per offrire una prima opportunità di avviamento professionale a donne con importanti fragilità sociali. Il training dura in media un paio di anni, dopo i quali le beneficiarie del progetto sono aiutate a trovare nuove opportunità nel mercato del lavoro, anche al di fuori del settore in cui si sono formate. Pensato per donne provenienti dai campi rom di Milano, nel tempo il progetto si è evoluto allargandosi anche a donne di altre nazionalità. Attualmente delle 8 lavoratrici in formazione 5 sono di etnia romanì, le altre tre provengono da Marocco, Nigeria, Srilanka.

Proprio il mix etnico di questo microcosmo femminile è ciò che consente alla stireria di essere un luogo non solo di lavoro ma anche di emancipazione.
«Mentre si cuce, si rammenda, si stira ci si scambia opinioni e ci si confida – racconta Julia Mangiacotti, una giovane di Rothenburg in Germania che è stata per 11 mesi volontaria alla stireria grazie al programma Erasmus + finanziato dalla Commissione Europea -  Spesso su tanti argomenti ci si scopre molto distanti, per l’età, la cultura di appartenenza, le esperienze di vita. Ma proprio il confronto aiuta le donne rom ad acquisire maggiore consapevolezza di loro stesse, e noi volontarie a superare tanti pregiudizi».


La raccolta indumenti usati come si svolge
Sabato 11 maggio, sin dalla mattina, si rimetterà in moto la macchina organizzativa che ogni anno vede la partecipazione di migliaia di volontari. Nelle parrocchie che aderiscono alla campagna vengono distribuiti i sacchi. Secondo le modalità indicate da ogni parroco, i sacchi vengono riempiti con indumenti e scarpe usati e portati nei 27 centri di raccolta sparsi sul territorio della diocesi. Da questo momento in poi il materiale viene preso in carico da una società specializzata nel recupero e riciclo. Il ricavato torna alla Caritas che lo utilizza per finanziare progetti sociali. La raccolta dello scorso anno è servita a contribuire ai percorsi di accompagnamento sociale dei 26 rifugiati politici giunti in diocesi attraverso i corridoi umanitari aperti dalla Conferenza episcopale italiana e dal Governo.  

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