Che senso ha fare i compiti?

Fin da bambino mi sono chiesto quale fosse l’utilità dei compiti, al di là delle tante “motivazioni” che gli adulti (genitori, maestre) mi davano (“servono per esercitarsi”, “per capire meglio la lezione”, “per approfondire” …), considerando che già passavo l’80% del mio tempo settimanale a scuola, compreso il sabato mattina. In realtà tutte quelle motivazioni non mi hanno mai convinto molto soprattutto quando mi ritrovavo “solo” davanti al compito che non capivo, che non comprendevo e che sapevo di svolgere in modo errato e che, una volta a scuola, avrebbe inevitabilmente suscitato le ire delle maestre o dei professori. Ricordo allora che la “strategia” che mettevo in atto era quella di farmi invitare a casa dei miei compagni “bravi” quelli che sapevano sempre tutto, con i quali mi sentivo sicuro e rassicurato che non sarei rimasto “solo” davanti allo “sfidante compito”.

Capite bene allora che con questo “passato scolastico”, come mi sarei mai potuto occupare di un’attività educativa che ha proprio come obiettivo quello di sostenere la motivazione scolastica dei ragazzi della scuola media, a partire dai compiti? Proprio qualche giorno fa infatti, ho incontrato in un bar un vecchio compagno di classe delle elementari che non vedevo da circa trent’anni, uno di quelli “davvero bravo”, da cui mi “accasavo”, il quale, nel momento in cui spiego cosa faccio e dove lavoro, seppure complimentandosi con me, tradisce un’espressione che più o meno dice così: “Proprio tu fai questo lavoro? Quello che spesso era richiamato perché non svolgeva i compiti o li faceva sbagliati?” Questo ex compagno rispecchia esattamente il “pensare comune”, che da qualche anno non uso più nell’affrontare le sfide quotidiane dell’educare a partire appunto dai compiti, ossia dal 2001, cioè da quando ho conosciuto il dottor Masoni e il suo staff.

Passo dopo Passo… Insieme, questa l’associazione di cui coordino le attività educative, si pone un obiettivo ambizioso: “motivare gli studenti della scuola media, partendo dai compiti”; le nostre attività pomeridiane accolgono 90 ragazzi dalla prima alla terza media, indipendentemente dal rendimento scolastico, dalla situazione familiare, economica o sociale; indipendentemente da diagnosi, disturbi o deficit. Il “pensare comune” vorrebbe che le nostre attività fossero aperte solo a chi vive difficoltà ma è soltanto in un ambiente “composito” che ciascun ragazzo può sperimentare delle relazioni “sane” che gli facciano dimenticare le proprie difficoltà o che invece facciano cambiare sguardo allo studioso sul compagno che magari a scuola vede come “un bullo, uno sbruffone” con il quale il pomeriggio si ritrova a svolgere i compiti. Ciò presuppone “accoglienza accettante da parte dell’adulto”, ossia, “mi metto nei tuoi panni e agisco di conseguenza”; qualche anno fa un ragazzo viene letteralmente “trascinato”, in lacrime, da me, dalla mamma che lo vuole iscrivere da noi. Lui si dimena, cerca di scappare. Ho appena il tempo di dirgli: “ciao Giovanni, hai ragione a fare così, anch’io al tuo posto scapperei se sapessi che mia mamma vuole costringermi a venire in un luogo dove si fanno i compiti. Esci pure a giocare, quando vorrai sono qui”. Vidi sul volto di Giovanni grande stupore. Dissi alla mamma di non insistere. La settimana dopo Giovanni tornò ed è rimasto con noi per tre anni.

L’accoglienza accettante” presuppone che ai ragazzi si riconosca capacità di scelta, quando il “senso comune” dice che sono “troppo piccoli per decidere”: infatti ogni anno si rinnova l’iscrizione da noi e lo si fa attraverso un colloquio che sondi la motivazione di ciascuno (perché “se motivati si diventa competenti”) e che si conclude, in caso positivo, apponendo una firma sul modulo di iscrizione, firma che precede quella dei genitori e quella dell’educatore. Il colloquio è una “cosa da grandi” e questo i ragazzi lo capiscono. Sono spesso emozionati all’idea che un grande “li chiami per nome” e gli chieda un parere; quando poi chiediamo di apporre una firma, per loro è spesso la prima volta che lo fanno e ci mettono il massimo dell’impegno e miracolosamente, chi dice di scrivere solo in stampato, usa un corsivo degno di un piccolo amanuense.

Iscriversi però comporta un “impegno serio e duraturo nel corso dell’anno” il cui significato è condiviso in attività laboratoriali che prevedono simulazioni, nelle quali chiediamo loro di interpretare loro stessi e gli adulti che incontreranno; da questi laboratori emerge sempre una grande consapevolezza dei ragazzi su “cosa si debba fare per andare bene a scuola”, che non hanno bisogno di sentirsi dire (“senso comune”) “studia altrimenti non sarai promosso” ma hanno bisogno di adulti capaci di entrare in relazione con loro e proprio in quella “relazione (che non li umili o li mortifichi) accettano di sentirsi dire che occorre “studiare”.

Per tale ragione chiediamo ai nostri 100 volontari, oltre che delle competenze didattiche (quelle che tutti pensano come esclusive per un tipo di attività come la nostra), delle “competenze relazionali”, vero presupposto per poter aiutare didatticamente i ragazzi. Ciò non significa però che i volontari diventino i “confidenti dei ragazzi”, anzi, nel tempo pomeridiano di studio, il ragazzo è lasciato libero di dire a chi gli sta accanto ciò che ritiene necessario al fine dello svolgimento dei compiti, e il volontario si astiene dal fare domande o interrogatori. In tal modo la relazione rimane “libera” e non viziata da etichette, pregiudizi, che realizzano spesso solo auto profezie che si avverano; il “senso comune” vede nelle difficoltà familiari o personali una causa di disagio, noi, cerchiamo di trasformarle in risorse per evitare che diventino “alibi” per “non fare”. Diversi dei ragazzi che sono passati dalla nostra Associazione in questi sedici anni di attività avevano i genitori in carcere, tossici, alcolizzati, violenti, separati, ma anziché dir loro “poverino”, abbiamo offerto uno spazio dove, dopo aver giocato, poter stare con gli altri coetanei e adulti per svolgere i propri compiti. I compiti sono svolti in luoghi comuni per educarsi al rispetto reciproco, all’attenzione, al silenzio. Li svolgiamo in due oratori della città di Sesto San Giovanni, luoghi che anche oggi hanno ancora qualcosa da dire, anche se il “senso comune” li reputa ormai “esperienza d’altri tempi”. Luoghi nei quali tutti sono accolti, al di là del credo religioso, della provenienza. La preghiera che facciamo prima di iniziare a svolgere i compiti è libera e ciascuno può decidere se parteciparvi o no; in tanti anni di attività mai nessuno ha chiesto di astenersi.

I compiti terminano con un’autovalutazione dei ragazzi che in sostanza risponde alla domanda “cosa ho fatto oggi qui al meglio dopo, insieme?”. Per i ragazzi che iniziano da noi per la prima volta è spiazzante, è fuori “dal senso comune” che un adulto chieda ad un ragazzo di acquisire una capacità di sapersi valutare; infatti all’inizio sono restii ma poi “guai” a chi tocca il libretto di auto osservazione che prevede anche uno spazio di raccolta delle opinioni e i ragazzi non lesinano i propri pareri, anche quelli che mettono in discussione l’adulto. Anche per i volontari c’è un momento di “valutazione” sui ragazzi che hanno seguito, il cui presupposto però non è quello di “segnalare ciò che non va” ma di indicarci “le perle” che hanno scoperto nel pomeriggio di compiti.
Il “compito” di noi educatori (siamo in tre, più una psicologa come supervisore), oltre a quello di coordinare tutto l’aspetto organizzativo è quello di costruire una fitta rete di rapporti e relazioni sul territorio con le figure educative che ruotano attorno ai ragazzi; relazioni che richiamino però il “senso profondo dell’educare” e non “il senso comune” che appiattisce e omologa.
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