Non (più) solo l’italiano

Il doposcuola Temperino nasce a S.Rocco, Monza, su iniziativa di tre padri conosciutisi anni fa nel consiglio d’istituto della scuola dei figli e poi diventati amici, che decidono di offrire un servizio ai bambini stranieri della scuola primaria. Dalla scuola al doposcuola, verrebbe da dire. La scintilla è data dalla presentazione dei dati di un’ indagine fatta in quartiere (a S.Rocco ci sono molte iniziative per bambini e ragazzi) in cui emergeva la crescente percentuale di ragazzi stranieri a scuola e con questa la difficoltà della scuola stessa a garantire uno standard qualitativo buono nelle classi con conoscenza della lingua italiana molto diversificata. Quindi decidono di provare a insegnare l’italiano agli stranieri. In parrocchia trovano la disponibilità e gli spazi per far partire l’iniziativa, nel gennaio 2013. Da allora è diventata una proposta integrata nelle iniziative parrocchiali.
“Al momento abbiamo 50 bambini, 35 che vengono al venerdì 17-18.30, 15 il sabato pomeriggio. Sono tutti delle elementari e tutti stranieri. Lavorano con loro 35 volontari, per metà studenti di università e superiori, il 40% adulti lavoratori, solo il 10% pensionati” mi dice Fabio Clarotto, uno dei promotori e ora parte dei 5 coordinatori (adesso sono 2 donne e 3 uomini).
Noto con interesse la bassa presenza di pensionati e soprattutto l’elevata percentuale di lavoratori, un dato anomalo per la media dei doposcuola.
 
“Avevamo qualche perplessità quando siamo partiti, nessuno aveva precedenti esperienze di doposcuola, nessuno lavorava nell’educazione. Ci chiedevamo se avremmo trovato i volontari, come avremmo dovuto rapportarci con i bambini e cosa avremmo fatto con loro. Devo dire che  abbiamo fugato tutte queste preoccupazioni, mentre i problemi reali sono stati soprattutto nel rapporto con la scuola. Siamo riusciti a trovare un referente con cui rapportarci e ad individuare con lui i bambini maggiormente bisognosi di aiuto, non siamo invece riusciti, purtroppo, ad instaurare uno scambio di informazioni con gli insegnanti su modalità e problemi nei rapporti con i bambini.
Un altro nostro cruccio poi sono le molte famiglie in lista di attesa che vorrebbero far entrare i loro figli al Temperino ma non trovano posto, almeno per ora. Certo ci vorrebbero ancora più volontari, in realtà però siamo sempre andati in crescendo in questi tre anni.” Quindi nessuna ansia per il “reclutamento”, piuttosto il lavoro dei coordinatori sta diventando quello di comprendere gli eventuali problemi dei volontari, “soprattutto quelli impliciti”, aggiunge Fabio. Probabilmente per giocare d’anticipo prima che gli stessi si demotivino.
 
L’attenzione all’insegnamento dell’italiano si è di fatto allargata e ora i bambini svolgono tutti i compiti che hanno (tanto che c'è da aspettarsi che tra un po' arrivi qualche richiesta di non-stranieri). “Cercano di farli tutti” continua Fabio, “in realtà io non spingo mai perché li finiscano in qualche modo, preferisco che si fermino quando hanno dei dubbi, che sfruttino il nostro aiuto, non è semplice però,  i bambini vogliono togliersi il pensiero dei compiti.”
Con i ragazzi più in gamba c’è poi il tentativo di farli lavorare in gruppo, lasciando più autonomia e introducendo forme di cooperazione. “Ma il grosso del lavoro è in rapporto 1:1, molti ragazzi hanno bisogno di un sostegno individualizzato e noi riusciamo a darglielo.”
 
Bilancio di questi tre anni di attività? “Ci siamo tolti delle belle soddisfazioni”, conclude il coordinatore “volontari ed alunni sono in aumento ed i piccoli tornano contenti da noi”.
Il Temperino, quindi, ha solo iniziato a fare la punta ai suoi bambini.
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EDITORIALE

Della Direzione: don Paolo Selmi ed Erica Tossani



 

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