La chiusura del campo di via Novara

La chiusura del campo di via Novara ha subito l'ennesimo rinvio e al momento non si hanno date certe rispetto alla chiusura definitiva del campo, nonostante i ripetuti incontri con il Comune di Milano e la nostra presenza volontaria per continuare ad offrire alcuni riferimenti alle famiglie rimaste e ai minori presenti.
L’ultima scadenza del 31 marzo non è stata rispettata, e oggi le 15 famiglie ancora presenti al campo, per un totale di circa 65 persone, aspettano di sapere quale sarà la loro destinazione, nonostante sia di nuovo possibile utilizzare i fondi del c.d.”Piano Maroni”.


Dopo anni di relativa stabilità e di regolarità alcune di loro corrono il rischio di tornare a una condizione di disagio abitativo; non per tutte le famiglie ancora al campo, infatti, ci sono concrete prospettive di inserimento in un alloggio. I disagi causati da questa situazione hanno una ricaduta diretta anche sui minori, che stanno frequentando la scuola in prossimità del campo.

Il campo di via Novara fu allestito nel 2001, per ospitare due gruppi di rom kosovari e macedoni provenienti dall'area occupata di via Barzaghi, per un totale di circa 250 persone. In questi 13 anni di vita il campo e i suoi abitanti hanno vissuto matrimoni, nascite, morti (poche!), arrivederci da parte di chi se ne andato in altre città o nazioni.

La Caritas Ambrosiana, presente con i due gruppi dal tempo di via Barzaghi, ha svolto un intervento di accompagnamento all'integrazione sociale con tutte le famiglie, con attività rivolte ai minori (inserimento scolastico e attività ludico-ricreative) e agli adulti (accompagnamento all’inserimento lavorativo, regolarizzazioni documentali), con un'attenzione particolare alle donne (salute, formazione, inserimenti lavorativi).

Il processo di chiusura del campo ha avuto inizio nel 2010, perché l'area su cui sorge è stata destinata a ospitare una delle infrastrutture di Expo 2015. Si è reso così più urgente l'accompagnamento delle famiglie verso altre collocazioni, prospettiva da sempre perseguita dalla Caritas, ma anche da molti degli stessi abitanti. Nella prospettiva apparentemente immediata della chiusura del campo, alcune famiglie hanno reperito soluzioni abitative autonome, altre hanno potuto usufruire di alloggi popolari e di altre strutture abitative temporanee; contemporaneamente sono state potenziate le azioni di orientamento e ricerca lavoro.

Fin da subito un gruppo di famiglie ha opposto resistenza alla chiusura del campo, non condividendo né il metodo (la mancanza di informazioni direttamente a loro e di dialogo da parte dell'amministrazione), né le prospettive offerte, giudicate insufficienti e limitate; per alcune famiglie – per esempio - era e inaccettabile avere l’appartamento come unica soluzione, a fronte di una realtà di famiglia allargata.

Il processo di uscita delle famiglie dal campo si è rilevato – e si rivelando - molto complesso, anche per la situazione oggettiva di crisi economica: alcuni dei capi famiglia che avevano un lavoro stabile sono stati messi in cassa integrazione e poi lasciati a casa. A questo va aggiunto un mercato immobiliare proibitivo.

Al momento 29 famiglie vivono in appartamento. I loro progetti sono stati possibili anche grazie al c.d. “Piano Maroni”, legato al Decreto del Presidente del Consiglio del maggio 2008, con il quale è stato dichiarato lo stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi nel territorio delle regioni Campania, Lazio e Lombardia (lo stato d'emergenza, previsto inizialmente fino al 31 maggio 2009, è stato prorogato fino al 31 dicembre 201, interessando anche altre Regioni).

Tale Decreto ha anche istituito un fondo speciale di 100 milioni di euro. Per il Comune di Milano erano stati stanziati 13.115.700 euro in base alla presentazione del Progetto di riqualificazione, messa in sicurezza e alleggerimento delle aree adibite a campi nomadi, integrazione sociale della relativa popolazione ed eliminazione di alcune aree. Tale progetto prevedeva 9.115.700 euro per interventi strutturali sui campi, tra cui l'eliminazione dei campi di via Novara e via Triboniano e 4.000.000 euro per interventi sociali.

Il 16 novembre 2011 è però emerso un elemento inatteso: il Consiglio di Stato ha depositato una sentenza sulla base della quale lo stato di emergenza è stato dichiarato illegittimo; per quanto condivisibile nei principi (da sempre si sostiene la necessità di affrontare il tema dei rom senza ricorrere alla categoria dell’emergenza), tale sentenza ha avuto come conseguenza l’immediato congelamento dei fondi stanziati sulla base del Piano Maroni, sia la tranche che riguardava la sicurezza urbana e l’ordine pubblico, sia la parte destinata agli interventi sociali nei campi.

Per quanto riguarda il campo di via Novara, questa decisione ha bloccato e messo in discussione i pochi progetti già avviati, per i quali era previsto un sostegno economico di un anno; ha inoltre precluso la possibilità di presentarne di nuovi per le famiglie che nel frattempo andavano definendo un proprio progetto di uscita dal campo.

Molte delle famiglie ancora presenti al campo hanno già le valigie pronte. La chiusura di via Novara è ormai auspicio di tutti, principalmente per il degrado strutturale in cui versa (il campo è nato per avere una vita di 5 anni), ma anche per la dinamica del ghetto che inevitabilmente si è configurata.

Con gli abitanti del campo di via Novara abbiamo condiviso molto, cercando sempre e comunque di continuare a stare accanto alle famiglie rom, mantenendo la presenza degli operatori nel campo, dialogando con i capi famiglia, offrendo ai ragazzi e ai bambini relazioni ed esperienze positive, alle donne supporto, formazione e lavoro. Chiusa l'esperienza del campo, continueremo la nostra azione di accompagnamento sociale con le famiglie che accetteranno di continuare con noi questo tratto di strada.


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Per approfondimenti:

Il Laboratorio Taivé: Un filo per lintegrazione. Stireria e piccola sartoria
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