Rom: no ai campi-ghetto, ma investimento in lavoro e istruzione

I recenti fatti di cronaca relativi all’arresto di alcuni rom, abitanti nel campo comunale di via Negrotto di Milano, stanno interrogando tutti coloro che in questi anni lavorano a favore delle comunità rom.
Il primo elemento di riflessione riguarda il campo, inteso come modalità abitativa. Nati con la presunzione di andare incontro alle esigenze delle comunità rom (in primo luogo la c.d “famiglia allargata”) nel corso del tempo i campi si sono rivelati contesti fortemente ghettizzanti, per es. la loro posizione isolata ostacola coloro che desiderano intraprendere effettivi percorsi di integrazione, mentre favorisce quanti si dedicano ad attività illegali…anche per questo la Caritas sostiene la necessità di pensare in modo concreto alla possibilità di superare i campi, incentivando altre forme abitative.

La conoscenza dei gruppi rom ci fa inoltre affermare la necessità di rifiutare le generalizzazioni che spesso rappresentano la reazione più immediata di fronte a episodi di criminalità: per quanto suscitino indignazione e rabbia, questi comportamenti non possono essere il pretesto per stigmatizzare un’intera comunità composta, come in tutti i gruppi umani, da una maggioranza di persone che non praticano l’illegalità.

Questo non significa però assumere un atteggiamento di giustificazione rispetto a condotte illegali che non possono trovare alcuna attenuante nelle condizioni, sebbene spesso difficili e precarie, nelle quali i rom  vivono.
L’intervento della Caritas a favore dei gruppi rom ha sempre avuto come obiettivo l’accompagnamento all’integrazione, soprattutto attraverso l’istruzione  - non solo per i minori ma anche degli adulti e in particolare le donne - e l’inserimento lavorativo, nella convinzione che solo fornendo strumenti sia possibile realizzare veri progetti di promozione umana e sociale. Come logica conseguenza c’è da parte nostra il rifiuto dell’assistenzialismo e del paternalismo, due atteggiamenti destinati a rendere le persone e le comunità dipendenti e incapaci di essere protagonisti del proprio destino.

Questo principio chiama in causa anche il concetto di responsabilità: ciascuno è tenuto a rispondere in prima persona delle proprie scelte e dei propri comportamenti. Solo riconoscendo a ciascuno la proprie responsabilità – che possono essere solo personali e mai collettive – si realizzano veri percorsi di cittadinanza.
Il tema della responsabilità si applica anche a coloro che operano a favore dei rom. Gli enti che gestiscono direttamente i servizi sono a volte accusati di speculare sul disagio delle persone, utilizzando fondi pubblici  fra l’altro sempre più scarsi.

L’impegno della Caritas e delle cooperative del Consorzio Farsi Prossimo, è quello di intervenire a livello sociale e educativo, soprattutto negli ambiti più scoperti, anche con progetti sperimentali realizzati per lo più con fondi propri. Qualora operi in convenzione con la pubblica amministrazione, questo avviene attraverso procedure trasparenti e pubbliche.

Inoltre, per quanto uno degli intenti principali della Caritas sia quello di valorizzare il volontariato, siamo anche consapevoli che per gestire i servizi sia necessario avvalersi di operatori formati in ambito sociale ed educativo al quale il volontariato si affianca.
Pertanto se da parte nostra la responsabilità è quella di operare meglio possibile e ottimizzando le risorse, c’è anche la responsabilità da parte di tutti di rispettare il lavoro di coloro che operano concretamente in un contesto difficile soprattutto in questo momento storico.
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EDITORIALE

Della Direzione: don Paolo Selmi ed Erica Tossani



 

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