Prostituzione e legge Merlin

Nel corso delle ultime settimane si è riacceso il dibattito sull’eventualità di modificare la legge Merlin (n. 75/58). Questa legge, entrata in vigore nel 1958, ha abolito la regolamentazione della prostituzione, sancendo la chiusura delle cosiddette “case chiuse”.

Le proposte in discussione, tra le quali una sottoposta a referendum regionale promosso dalla Lombardia, vanno nella direzione di una vacatio di norme che provocherebbe un ritorno alla vecchia regolamentazione, quella del 1923 (con qualche successiva estensione), tuttavia cosa non possibile perché in contrasto con trattati internazionali.

Da sempre la Caritas Ambrosiana sostiene il valore e l’attualità della legge Merlin, e ne condivide i principi. Per comprenderne i motivi occorre ricordare che la legge Merlin (Legge n°75 del 20 Febbraio 1958), nasce all’interno di un contesto culturale e legislativo altamente stimolante, sia a livello nazionale che internazionale.

La legge è entrata in vigore nel 1958. Sono di questo periodo la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948) e la Convenzione di New York per la Repressione della Tratta degli Esseri Umani e dello Sfruttamento della Prostituzione Altrui (del 1950 ratificata nel nostro Paese nel 1966). In particolare quest’ultima considera: “la prostituzione e la malvagità che l’accompagna, ossia la tratta degli esseri umani per sfruttamento sessuale in vista della prostituzione, incompatibili con la dignità e il valore della persona umana e pericolosi per il benessere dell’individuo, della famiglia e della comunità”.

Questi due documenti e la nostra Carta Costituzionale, anch’essa di quegli anni, pongono in primo piano l’essere umano, proclamandone la libertà e l’eguaglianza (anche di genere tra maschi e femmine) in termini di dignità e diritti; questi stessi principi hanno posto le basi per la messa in discussione della prostituzione come mestiere normato dallo Stato e praticato da persone in condizioni di sfruttamento e di forte stigmatizzazione sociale e sanitaria.

In questo contesto si è verificata la progressiva erosione della rappresentazione della prostituzione come “mestiere più antico del mondo” perché soddisfacente bisogni ‘fisiologici’ irrinunciabili (esclusivamente maschili) ai quali si faceva fronte in modo istituzionale, a favore di un approccio individuale in base al quale il rapporto prostituivo diventava un fatto privato tra due persone adulte e consenzienti.

Infatti la Legge Merlin aveva come finalità di proibire lo sfruttamento della prostituzione – anche da parte dello Stato - e non la prostituzione stessa; non prendeva posizione sulla liceità della prostituzione, attribuendo al suo esercizio un significato di scelta individuale. I sostenitori della Legge Merlin ritenevano che la regolamentazione violasse i principi del diritto, essendo lesiva della dignità della persona garantita dalla Costituzione.

Le proposte di regolamentazione della prostituzione hanno l’obiettivo dichiarato di “togliere il degrado dalle strade” e di introdurre la tassazione, come se la prostituzione potesse essere considerata alla stregua di una qualunque attività lavorativa.

La regolamentazione è anche in contrasto con l’orientamento assunto dal Parlamento Europeo con la Risoluzione del 26 Febbraio 2014, nella quale si afferma che “la prostituzione, la prostituzione forzata e lo sfruttamento sessuale sono questioni altamente legate al genere, nonché violazioni della dignità umana, contrari ai principi dei diritti umani”. L’indicazione dell’Europa è quindi di contrasto della prostituzione.

Se si volessero prendere in considerazioni gli esempi di alcuni Paesi che nel corso degli anni si sono dotati di una normativa che regolamenta la prostituzione (Germania, l’Austria, i Paesi Bassi tra tutti), i dati raccontano di un aumento dello sfruttamento delle persone che si prostituiscono, e di come accanto alla prostituzione esercitata in modo “legale” sopravvivano ampie fasce di “lavoro nero”. Non si può infine ignorare che alla prostituzione si sovrappone la tratta: persone – nella maggioranza dei casi donne – provenienti dal sud del mondo e dall’est Europa, il cui ingresso in Italia e negli altri Paesi dell’Europa occidentale è gestito da reti criminali capillari. Nel loro caso – e si tratta della maggioranza della persone che si prostituiscono – non si può parlare di libertà, anche in caso di consenso, essendo tali e tanti i condizionamenti a cui sono soggette.

Per tutti questi motivi la Caritas afferma, come già fatto in passato, l’importanza di offrire alle donne la libertà di non prostituirsi. E non il contrario.

Avvenire - Milano Sette:
- Editoriale di Don Roberto Davanzo
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