Inchino o porte in faccia? Rifugiati, tempo di fraternità


Il Papa si inchina, la politica deporta. Sintesi brutale, ma non infondata, che riassume quanto accaduto nelle ultime settimane a proposito del complesso fenomeno delle migrazioni e del diritto d’asilo. E delle reazioni che suscita nei paesi che si considerano avanzati.

In breve. Leone XIV si è recato alle Canarie (pieno Atlantico, territorio spagnolo) e a Lampedusa (ponendo sotto i riflettori del mondo – lui, statunitense – l’isoletta mediterranea proprio il 4 luglio, 250° anniversario dell’indipendenza Usa): in entrambi i casi ha visitato i moli di approdo delle drammatiche “traversate della speranza”, o forse della disperazione, che continuano a striare, anche di morte, mari e oceani di tutto il pianeta. Nel frattempo, il 20 giugno, Giornata mondiale del rifugiato, aveva fatto tappa a Sant’Angelo Lodigiano, terra d’origine di santa Francesca Cabrini, “madre e patrona dei migranti”. «Prima di dirvi qualsiasi parola, voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità», aveva detto a migranti e rifugiati, radunati al porto canario di Arguineguín: frase-manifesto dell’atteggiamento che un cristiano dovrebbe sempre tenere, qualunque sia la risposta politica e organizzativa che legittimamente intende perseguire o sostenere (e la “remigrazione” «non mi sembra una risposta cristiana», aveva chiarito Leone a Castel Gandolfo).

Fin qui il Papa. Intanto il 12 giugno era entrato in vigore il Patto Ue sulla migrazione e l’asilo, varato due anni prima. La sua attuazione, in Italia, era stata specificata da un decreto legge approvato in extremis dal Governo il 4 giugno, soppiantando il dibattito parlamentare e dimenticando quello con la società civile. Poi sono arrivati il via libera del Parlamento europeo al Regolamento rimpatri Ue e quello definitivo del Parlamento italiano al decreto sui rimpatri volontari assistiti. Quattro provvedimenti, tutto un fiorire di norme (procedure d’esame delle domande di protezione più restrittive, periodi di trattenimento inaspriti, centri di detenzione in paesi terzi, facilitazione delle espulsioni, incentivi agli avvocati che assistono nei percorsi di ritorno, e via reprimendo) che poco somigliano a inchini, e molto a porte sbattute in faccia.

Prassi minute e quotidiane
Ora, è bene essere chiari. Lo Stato, ogni Stato, ha il dovere di regolare flussi ed esaminare domande. E di garantire l’ordine pubblico all’interno dei suoi confini. Ma, in generale, le politiche sulla migrazione e l’asilo sembrano essere sempre più ostaggio di una lettura securitaria del fenomeno. Lettura parziale e irrealistica, perché alimentata dalla strumentalizzazione di paure che la politica, in un circuito vizioso all’opera ormai da decenni, coglie e amplifica nell’opinione pubblica.

L’esperienza di chi lavora tutti i giorni con migranti e profughi (tra costoro Caritas), pur tra innegabili fatiche, anche relazionali e culturali, è invece l’esperienza di una fraternità possibile. E anche di una sicurezza possibile: a patto di voler investire su pratiche alternative a quelle di respingimento, rimpatrio forzato, rafforzamento di muri, più mediatiche ma meno efficaci (oltre che meno giuste).
Molti ci chiamano buonisti. Ma la sicurezza vera, dei migranti e dei profughi, e delle comunità che li accolgono, la si costruisce dal basso, con prassi minute e quotidiane di solidarietà, conoscenza reciproca, educazione alla legalità. E politiche di coesione sociale. Perché lo Stato ha il dovere di regolare i flussi. Ma non ha l’obbligo di farlo in forma repressiva. Avrebbe invece convenienza a farlo, sostenendo la serietà e la generosità di chi, riconoscendo la dignità e difendendo i diritti di profughi e migranti, promuove il benessere di tutti.


Erica Tossani
don Paolo Selmi

direttori Caritas Ambrosiana


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