Non dimenticatevi di pregare per me

Mi accingo a scrivere questo editoriale immediatamente dopo aver ascoltato l’Angelus in cui papa Francesco ha annunciato l’intenzione di “creare” 20 nuovi Cardinali, tra i quali l’Arcivescovo di Agrigento, mons. Francesco Montenegro, attuale presidente della Fondazione Migrantes, già presidente di Caritas Italiana.

Ancora una volta papa Francesco ha voluto dare un segno di discontinuità e dunque di novità rispetto ad una delle strutture più importanti della chiesa cattolica, il collegio cardinalizio che, oltre ad essere l’assemblea che elegge il papa, è voluto da Bergoglio come il primo strumento di collaborazione e di conduzione della chiesa. Dunque uno strumento capace di rappresentare un mondo sempre più globalizzato ed una chiesa che non si esaurisce nei pur necessari organismi della Curia romana.

Ma questo è solo lo spunto. Già, perché il tema che volevo mettere sotto gli occhi di quanti operano in Caritas Ambrosiana ai diversi livelli riguarda il diffondersi sempre più manifesto di prese di posizione molto critiche nei confronti delle scelte e delle parole del papa argentino. Posizioni molto critiche – badate bene – da parte di settori estranei alla chiesa, ma anche da parte di personaggi manifestamente appartenenti alla chiesa cattolica o al mondo dei cosiddetti “atei devoti”.

Si rimprovera al papa di voler smantellare il ruolo del papato, di voler cambiare la dottrina della chiesa sul matrimonio, di esagerare con le tematiche della povertà, di avere un approccio nei confronti delle altre chiese e delle altre religioni, di rilasciare interviste a giornali “laici”, ... Scelte che disorienterebbero il “cattolico medio”. Insieme, si torna a gettare una luce sinistra nei confronti del Concilio Vaticano II, visto come responsabile di tutte le disgrazie che hanno colpito la chiesa in questi ultimi decenni. Sembra dare fastidio l’esigente richiesta di essenzialità e trasparenza nell’uso dei beni economici (v. la denuncia dei “tariffari” dei sacramenti presenti in diverse chiese), come il suo stile sobrio nel presentarsi e nel gestire la sua vita quotidiana. Sembra dare fastidio un papa che non vuole abitare nei “sacri palazzi” o che in occasione di suoi viaggi pastorali non tollera di essere portato in giro con automobili di lusso.

Come operatori di una Caritas non possiamo essere attenti all’insegnamento di un papa solo perché lo sentiamo particolarmente vicino agli ambiti che ci vedono protagonisti, ma per il ministero che gli è stato affidato dalla Provvidenza. Quello di “presiedere alla carità” tra le varie chiese sparse sul pianeta. Al di là dunque della “simpatia” che un papa può suscitare in noi, la nostra devozione nei suoi confronti dipende dal nostro essere “organismo pastorale della chiesa” e non un qualsiasi movimento carismatico. Apparteniamo strutturalmente alla chiesa ai suoi vari livelli (internazionale, nazionale, diocesano, parrocchiale) e al servizio di questa chiesa ci vogliamo e ci dobbiamo pensare. Per questo, ogni volta che la comunità dei credenti in Cristo viene in qualche modo “attaccata”, specie quando questo avviene dall’interno, noi non possiamo non soffrire per questo e non possiamo non fare diventare questo oggetto della nostra preghiera.

La carità – non dimentichiamolo – non è solo qualcosa che riguarda l’azione a favore degli ultimi tra gli uomini. È quell’energia, quella trama di rapporti e di relazioni che siamo chiamati a far crescere all’interno della chiesa e della società intera e che abbiamo ricevuto prioritariamente come dono attraverso il mistero dell’Incarnazione di Gesù. Per questo non possiamo non soffrire e, se è il caso, denunciare ogni tentativo di scardinare l’unità della chiesa in nome di posizioni che ben poco hanno di evangelico e di fedeltà al magistero autentico.
 
Don Roberto Davanzo

Leggi tutto l'inserto de "Il Segno"-  Farsi Prossimo di Febbraio 2015

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