Per una cultura della misericordia e della non violenza


Abbiamo appena terminato l’anno santo della misericordia in cui siamo stati invitati a mettere al centro della nostra vita la Misericordia come criterio di valutazione e di scelta, per vivere come autentici cristiani oggi, e a vivere le opere di misericordia come modalità e stile del credente in Gesù. Ma dopo aver attraversato la Porta Santa che è Gesù, dobbiamo riconoscere che tutto questo non è stato solo una bella parentesi ma deve continuare nel futuro.
Il Papa stesso nella Misericordia et Miseria (MM) rilancia domandando: a quale percorso ci chiama il dopo giubileo? Come continuare il processo di cambiamento che il giubileo ha avviato e che non deve terminare?
La Porta Santa che abbiamo attraversato in questo Anno giubilare ci ha immesso nella via della carità che siamo chiamati a percorrere ogni giorno con fedeltà e gioia” (MM n. 16).
La sfida che abbiamo per il dopo giubileo va giocata su molti fronti. Ma quello prioritario è certamente la cultura. Non la cultura astratta ma quella che incide sulla vita, la mentalità, gli stili di vita, la politica. Perché si provochi un vero e radicale cambiamento basato sulla misericordia e, aggiungerei dopo il Messaggio della Giornata della Pace 2017, sulla nonviolenza, occorre indicare, non solo le piste concrete di aiuto, di giustizia e di dignità della persona, ma incidere realmente, come ci richiama il Card. Scola anche in quest’anno pastorale, su una visione del mondo che aiuti a leggere i fenomeni e ad affrontarli oggi. Come riteniamo la misericordia elemento costitutivo della Chiesa, cioè il cuore della sua missione e della sua visione del mondo, così dobbiamo credere che essa sia speranza per il mondo stesso. La Misericordia e la nonviolenza possono essere la strada che rinnova veramente la vita personale, ecclesiale, ma anche le relazioni, il lavoro, le istituzioni, l’economia, proponendo un nuovo modello basato sul rispetto della persona, la distribuzione universale dei beni, la cooperazione.
Dobbiamo essere consapevoli che siamo tutt’ora immersi in una cultura che ha prodotto un modello di sviluppo a favore di una minoranza, basato sullo squilibrio della ricchezza, del sapere, della tecnologia, dell’energia, della salute, del benessere, della ‘speranza di vita’ provocando fame, conflitti, migrazioni epocali e ingiustizie. Un modello governato da una politica subalterna al sistema economico e sempre di più ostaggio dei populismi là dove fugge la complessità, i tempi lunghi di programmazione e pianificazione per la soluzione dei problemi, crea colpevoli a cui addebitare tutti i mali e alimenta le paure di perdere quello che i ricchi possiedono, creando muri per difendersi da tutto ciò.
La misericordia ribalta questa cultura e crea percorsi alternativi proponendo dei paradigmi basati sul senso del limite e la responsabilità verso tutti e verso la casa comune, sull’incontro con gli altri per superare l’individualismo e l’indifferenza. Percorsi che promuovono l’uomo integrale e il bene comune, che abitano i conflitti introducendo soluzioni con-vincenti con metodi nonviolenti.
La misericordia come valore sociale ci spinge a rimboccarci le maniche per restituire dignità a milioni di persone e costruire una ‘Citta affidabile’ (MM n. 18) basata su relazioni e legami di fiducia reciproca per superare la solitudine, sulla partecipazione dei cittadini alla responsabilità pubblica (Laudato sì n. 232), per avere istituzioni forti capaci di difendere i diritti dei deboli e che non siano, come invece spesso accade “forti con i deboli e deboli con i forti”, che costruisca la sicurezza sui pilastri della coesione sociale e sulla gestione nonviolenta dei conflitti per superare i rancori e le paure nei confronti del diverso e del povero.
La Chiesa propone, con uno stile di servizio umile e disinteressato, una visione del mondo basata sulla misericordia e la nonviolenza. La Cultura della misericordia è una cultura alternativa, una cultura “altra”. Una vera e propria rivoluzione nel senso di cambiamento radicale (MM n. 20) che cambia la lettura dei fenomeni, propone una visione, indica delle piste di azione concrete, che richiedono una conversione integrale personale e comunitaria.
Non a caso sempre nella Misericordia et Miseria viene indicata l’urgenza di una Conversione Pastorale (MM n. 5) provocata anch’essa dalla forza rinnovatrice della misericordia e della Carità vissuta.
Ogni opera di carità esprime una visione del mondo diversa dalla mentalità comune perché ispirata dal Vangelo e che supera le solitudini, le discriminazioni, le ingiustizie. Afferma nei fatti una visione della dignità inviolabile della persona, che chiede di essere capita, perdonata e liberata (MM n. 1), riconosciuta nei suoi diritti. 
La conversione pastorale passa innanzi tutto attraverso una ritrovata unità o osmosi come si diceva in passato tra liturgia, catechesi e carità attorno alla cifra della misericordia. Per costruire Comunità costituite da fedeli che diventano strumenti della misericordia, perché misericordiati (MM n. 16).
Mi piace ricordare a trent’anni dalla celebrazione del Convegno Farsi Prossimo la sintesi del Cardinal Martini che nell’Omelia della S. Messa di chiusura del Convegno si domandò quale volto di Chiesa fosse emerso dal Convegno: “Il volto è quello di una comunità cristiana composta non solo da coloro che vanno a Messa la domenica ma da coloro che vivono per gli altri. Sembra poco, però è tutto! E c’è un’aggiunta importantissima. Di coloro che vivono per gli altri perché vanno a Messa la domenica. Si disegna qui l’unità tra Eucarestia e carità, tra fede e amore, tra fede e opere, tra fede e vita, che è l’ideale fondamentale cristiano…”
E per ripensare la pastorale e la vita della Chiesa in un’ottica di misericordia occorre ribadire la scelta preferenziale dei poveri. Ripartire dagli ultimi non è una scelta di esclusione ma elemento di inclusione nella chiesa. Essi consentono a tutti di appartenere alla Chiesa proprio perché attraverso la loro fragilità, libertà dai beni, ci indicano la vera natura di Dio. Papa Francesco ha ribadito che i poveri ci evangelizzano e sono luogo teologico perché sono il volto di Cristo, che non potremmo conoscere altrimenti, e non, come spesso li pensiamo, i destinatari di un servizio che appare consecutivo e non costitutivo della Chiesa.
In questa prospettiva è urgente proporre una educazione alla carità che incida nella vita personale e comunitaria, affinché la Chiesa assicuri a tutti la sua carezza di tenerezza, di compassione e di pace: “Le nostre comunità si aprano a raggiungere quanti vivono nel loro territorio perché a tutti giunga la carezza di Dio attraverso la testimonianza dei credenti” (MM n. 21) .
 
Luciano Gualzetti
 
 

Leggi tutto l'inserto Farsi Prossimo sul Segno di Febbraio 2017
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