Dalla casa alla mensa: Perché è sbagliato lo slogan "prima gli italiani"





Nei giorni scorsi abbiamo consegnato le chiavi di 18 nuovi appartamenti a famiglie in difficoltà. L’intervento fa parte di un progetto complesso che vede coinvolto l’ente pubblico (il Comune), il privato sociale (la Fondazione San Carlo) e la Chiesa ambrosiana (la Diocesi e Caritas Ambrosiana). L’iniziativa, partita sotto impulso dell’Arcivescovo Scola in occasione della visita del Papa a Milano a marzo del 2017 e continuata con il suo successore Delpini, ha consentito di restituire ai cittadini in un anno e mezzo 73 appartamenti che l’ente pubblico non era in grado di ristrutturare e quindi assegnare alle persone (tante) che in una città come Milano non possono permettersi gli affitti ai costi di mercato.

L’episodio mi ha riportato alla memoria una piccola polemica che dovemmo affrontare la scorsa primavera che alla luce degli ultimi episodi si rivela come l’antipasto di quel pranzo avvelenato che oggi la propaganda ci serve a piene mani.

Nei giorni di Pasqua del 2017 quando comunicammo la chiusura del primo lotto e chi avrebbe beneficiato dell’intervento, l’onorevole Roberto Calderoli, allora vicepresidente del Senato osservò che nelle cosiddette case del Papa, come le ribattezzarono i media, erano andati a vivere più stranieri, anche di religione islamica, che italiani cristiani e fece dell’ironia sul nostro operato.

In realtà, per l’assegnazione di quel primo lotto di appartamenti, come per questa seconda tranche di alloggi (per i quali comunque si paga un affitto, anche se molto al di sotto degli standard), utilizzammo una graduatoria, mutuata da quella impiegata dagli enti pubblici che gestiscono i patrimoni immobiliari, attribuendo un punteggio in base ad alcuni criteri oggettivi: reddito, numerosità del nucleo familiare, condizione abitativa pregressa.

Non discriminando in base alla nazionalità o alla religione, i beneficiari furono in maggior numero le famiglie di immigrati, alcune di religione musulmana, per la semplice banale ragione che in quella fascia sociale si trovano persone impiegate in mansioni di non particolare pregio e modestamente retribuite con figli e mogli e carico: quindi in maggioranza individui nati in altri paesi, con un’idea della famiglia tradizionale, che hanno cercato e trovato in Italia un lavoro.

Quel dito levato, quell’alzata di sopracciglio dell’onorevole, si rivela oggi come un segno premonitore.

Allo stesso partito del senatore, che nel frattempo ha conquistato il governo del Paese, appartiene anche l’assessore del Comune di Lodi, Suellen Belloni, balzata agli onori delle cronache in questi giorni, per avere negato la mensa scolastica ai figli degli immigrati, presentando per di più quel provvedimento come un atto volto a tutelare gli onesti contribuenti italiani, suoi concittadini.

E qui assistiamo a un salto di qualità. Si passa dalla battuta di buon senso che sembra contagiare molti italiani e anche molti cristiani, alla modifica dell’ultimo argine costituito dal diritto. Si cerca cioè di rimuovere gli ostacoli normativi che impediscono i tentativi di discriminazione che nei fatti si stanno già operando in questa cultura del sospetto e della chiusura. Se, dopo averlo fatto nella cultura e nel sentire comune del buon senso, si arriva a formalizzare le differenze di accesso ai diritti e al riconoscimento della piena cittadinanza anche nelle leggi, allora abbiamo il sospetto che la china che porta ad altre scelte discriminatorie diventa inarrestabile.

Per fermare questa china la sfida è ancora una volta culturale e, per i credenti, di fedeltà al Vangelo. In fondo sia il senatore sia l’assessore ci costringono a rispondere ad un interrogativo. Viene prima il bisogno o chi lo esprime?

Gli Atti degli Apostoli documentano che le prime comunità cristiane furono tentate precludere ai gentili cioè tutti i non ebrei, popolo cui appartenevano i primi seguaci del Nazareno, l’accesso ai banchetti rituali durante i quali condividevano il pane spirituale e materiale. San Paolo condannò quell’esclusione e fornì le ragioni teologiche per confutare quell’errore. Secondo alcuni storici delle religioni, proprio grazie alla predicazione del convertito Saulo, il Cristianesimo poté uscire dalla sua terra di origine, diventare religione universale e plasmare la cultura del mondo occidentale di cui la Costituzione Italiana è figlia e grazie alla quale oggi siamo in grado di capire quanto sia sbagliato e ingannevole giudicare non la richiesta di aiuto, ma chi l’avanza come vorrebbe lo slogan “prima gli italiani”. Per arrestare questa deriva sarebbe forse utile rileggere il Vangelo e la Carta costituzionale.

Luciano Gualzetti

Leggi tutto l'inserto "Farsi Prossimo" del Segno di  Novembre 2018
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