Kabul: la tragedia in diretta

La fuga da Kabul ha scosso le nostre coscienze. Abbiamo visto uomini, donne e bambini scavalcare recinzioni, fili spinati, correre sulla pista dell’aeroporto. Qualcuno persino aggrapparsi, in un ultimo gesto disperato, ai carrelli degli aerei in decollo (ci hanno poi informato che due sarebbero morti precipitando al suolo). Sui volti di chi era riuscito a partire, ammassato nelle stive degli enormi C130 dell’aeronautica militare, abbiamo letto il sollievo per lo scampato pericolo e l’angoscia per un futuro incerto.

Quelle immagini hanno sollevato un’onda emotiva che non si registrava da anni. Per un attimo, dal dibattitto pubblico sono scomparse o sono state silenziate tante parole odiose che fino all’altro ieri hanno screditato chi prestava soccorso (vi ricordate i “tassisti del mare”?) e ospitalità (il business dell’accoglienza).
Viene da rallegrarsi, certo, ma anche da chiedersi come mai sia accaduto. C’è chi per capirlo ha provato a volgere lo sguardo indietro nel nostro passato.

Nei giorni della ritirata dalla capitale dell’Afghanistan, è stato notato che molti hanno condiviso sui social la celebre immagine dell’elicottero sospeso sul tetto della sede della Cia a Saigon sui cui salivano i vietnamiti che avevano lavorato con gli americani (anche se per anni abbiamo creduto che si trattasse dell’ambasciata USA e che le persone portate in salvo fossero statunitensi). 
Correva l’anno 1975. Anche allora un regime che aveva combattuto a fianco del mondo libero si era liquefatto, un Paese (il Vietnam del Sud) era caduto nelle mani di un esercito di nemici dei valori occidentali e gli Stati Uniti erano stati costretti ad un precipitoso piano di evacuazione.
Dopo l’invasione, i comunisti del Nord imposero la nazionalizzazione delle imprese e la collettivizzazione delle terre. Parecchie decine di migliaia di persone fuggirono via mare. Il dramma dei boat people, come vennero chiamati, sollecitò molti governi occidentali ad intervenire, Italia compresa, con missioni umanitarie.

È sempre difficile interpretare i sentimenti collettivi e fare paragoni con il passato. Possiamo però auguraci che la simpatia collettiva verso gli afghani duri, anche al tempo dei cinguettii in rete, almeno quanto durò quello per i vietnamiti del sud quasi 50 anni fa ed ispiri le scelte dei politici.
Ad oggi i ponti aerei, organizzati dal Ministero della difesa, hanno permesso di evacuare dal paese 5 mila persone. Dopo aver trascorso un periodo di quarantena nei Covid Hotel o nell’hub di Avezzano gestito dalla Croce Rossa e dalla Protezione civile, queste persone sono state ridistribuite nei centri di accoglienza in tutta Italia. Le Caritas, da Nord a Sud, hanno offerto appartamenti e strutture. I volontari in pieno agosto si sono prodigati per dare assistenza ai primi arrivi. Siamo pronti a fare la nostra parte in futuro affinché nella gestione di questa ennesima crisi, realismo e umanità siano tenute insieme e si dimostri che l’accoglienza dignitosa e seria è sempre possibile.

Ma forse è venuto il tempo anche per un salto di qualità. 

A settembre i vescovi europei hanno sollecitato i governi degli Stati membri della Ue ad essere solidali con il popolo asiatico. Un modo per esserlo davvero e senza retorica ci sarebbe e sarebbe alla portata dell’Europa: attivare, come chiede Caritas Italiana da tempo, forme temporanee di protezione per gli afghani già presenti nel nostro continente. Sarebbe davvero paradossale che mentre facciamo arrivare con i ponti aerei alcuni, respingiamo ai confini altri, solo perché hanno avuto il torto di scappare qualche mese prima.
 
Luciano Gualzetti


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