Carità: porta delle fede

La fede dei cristiani non è un generico credere in Dio. È qualcosa di molto più complesso dove c’è di mezzo non un Dio qualsiasi, ma quello che ci è stato raccontato da Gesù di Nazaret. Al di fuori di Gesù di Nazaret, se non avessimo conosciuto Gesù di Nazaret, di Dio e della fede in lui potremmo dire ben poco.
È proprio perchè abbiamo conosciuto Gesù di Nazaret che possiamo parlare di una fede “che si rende operosa per mezzo della carità”. Non dunque una fede qualsiasi, un credere che esiste qualcuno al di sopra delle nostre teste, ma una fede che deve vedersi, che non basta proclamarla a parole o in solenni liturgie. Una fede che deve dirsi attraverso l’esercizio della carità. A partire da Gesù la fede smette di essere una questione di conoscenza intellettuale. Questo non esclude il dovere e la possibilità di un ragionare sulla fede e quindi di una teologia e di una catechesi che faccia entrare gradualmente nei contenuti di quanto il Dio cristiano ha rivelato di sè. In contemporanea diventa anche necessario percorrere altri sentieri per entrare nella conoscenza del Dio cristiano: quelli rappresentati dalla carità.
Tra pochi giorni inizierà quello che Papa Benedetto ha definito “l’anno della fede”, allo scopo di celebrare i 50 anni dall’indizione del Concilio Vaticano II. Lo ha fatto con una lettera intitolata “porta della fede” con la quale ricorda come nella fede cristiana bisogna volerci entrare, evitando il rischio di dare quasi per scontato che la fede sia una specie di automatismo, un presupposto ovvio del vivere comune.
In realtà non lo è mai stato, neppure quando si poteva parlare di società cristiana. Non lo è mai stato dal momento che la fede, per essere autentica esperienza cristiana, ha sempre dovuto passare attraverso le strettoie di una carità impegnativa. Già, perchè se la parola “fede” è ambigua, lo è ancora di più la parola “carità” che nella storia degli uomini ha rischiato di essere stravolta da atteggiamenti deresponsabilizzanti, da visioni di corto respiro, dal desiderio di lavare coscienze impregnate di ingiustizia e sopraffazione.
Se per noi cristiani la fede è fede in Gesù di Nazaret, allora in questa fede si può entrare non certo accontentandoci di qualche rito iniziatico, ma lasciandoci contaminare dall’umanità di Gesù, dal suo stile, dalla sua carità.
Ecco perchè possiamo parlare di una “porta della fede” rappresentata dalla carità: perchè la carità, prima che essere virtù nostra, è l’essenza stessa di Gesù, è il sangue che gli scorreva nelle vene, è il criterio che ha guidato le sue scelte e il suo modo di stare in mezzo agli uomini.
Noi di Caritas Ambrosiana non siamo certo migliori dei nostri fratelli e sorelle nella fede. Di certo siamo più fortunati a motivo della risposta data alla vocazione che ci ha coinvolti e trascinati al servizio dei più poveri. Non per essere bravi operatori sociali a buon prezzo, ma per mostrare - col linguaggio delle maniche rimboccate e della vicinanza – a cosa conduce la conoscenza del mistero del Dio dei cristiani e attraverso quale porta si entra a contatto con questo mistero.
In fondo il bello del cristianesimo sta proprio in questo: vi si può accedere attraverso porte diverse. La carità, quella di Gesù, vissuta con umiltà e perseveranza, può essere il primo passo verso una fede non ancora pienamente consapevole e matura. Ma deve essere il criterio di verifica per poter parlare di una fede cristiana autentica.

Don Roberto Davanzo

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