Il Cardinal Martini, il pastore che ci insegnò le diverse forme della carità

Ho già avuto modo di fare memoria sul nostro sito web della profonda relazione tra il card. Martini e la Caritas Ambrosiana. Non saremmo così come siamo se non avessimo avuto un pastore come lui che – avvalendosi di direttori come msg Angelo Bazzari e don Virginio Colmegna – delineò una fisionomia moderna dell’organismo pastorale finalizzato a promuovere nelle comunità cristiane e nella società tutta la cura per i più deboli e le premesse per il superamento di ogni ingiustizia.
Ormai è trascorso un mese dalla morte del card. Martini, ma ritorno volentieri sulla sua figura e sulla sua profezia, capace di trovare nella Parola di Dio e nel magistero conciliare le radici per uno sguardo rivolto al futuro. Quello sguardo che ce lo fa sentire, come operatori di Caritas, particolarmente vicino e capace ancora a lungo di interpellarci, stimolarci, illuminarci.
Dunque Martini uomo della carità, o meglio delle diverse forme di carità. Almeno tre.
 
La prima potremmo definirla la carità dell’insegnare a pescare: mi riferisco evidentemente al proverbio che suggerisce di offrire a chi ha fame più che un pesce, la capacità di procurarselo da soli. Ebbene, il Card. Martini ha svolto la sua azione educativa fornendo non tanto facili soluzioni carismatiche, quanto un metodo, un compagno di viaggio. Mi piace rileggere l’immenso servizio di introduzione alla Parola come un modo per vivere lo stile di Giovanni Battista che arriva ad affermare “lui deve crescere, io diminuire”. Il Card. Martini non ha mai trattenuto, ha sempre lasciato andare, mostrando così il suo essere autentico educatore. Nel suo incoraggiare a passare da una fede di convenzione ad una fede di convinzione, ha però donato lo strumento affinchè ogni credente potesse compiere in libertà questo cammino. Ha voluto credenti adulti affrancati da qualsivoglia dipendenza clericale.
 
La carità della ricerca della verità è la seconda carità di cui essere grati al Card. Martini. Quella verità che volle inserire nel suo motto episcopale – « Pro veritate, adversa diligere » - fu il costante oggetto della sua ricerca, ma anche il criterio che guidò il suo stile. Convinto della indisponibilità della verità nella sua interezza, l’Arcivescovo viveva l’apertura al diverso non solo come atto di cortesia, ma come accoglienza di ogni possibile contributo a questa ricerca. L’impegno al dialogo, l’ascolto rispettoso delle ragioni del non credente, il servizio dell’intercessione come composizione tra realtà in conflitto: non si trattava solo di strategie finalizzate a rendere bendisposto l’interlocutore ostico. Era il suo modo di manifestare la consapevolezza che solo Gesù è l’assoluto e tutto il resto – Chiesa compresa – è relativo a Lui.
 
Ma c’è una terza forma di carità che ha segnato lo stile e l’insegnamento del Card. Martini: quella presente nel mistero della croce di Gesù, unica “bellezza che salverà il mondo”. Mi riferisco ad una delle sue ultime lettere pastorali – quella per l’anno 1999-2000 - che, parafrasando un’espressione presente nell’opera di Dostoevskij “L’idiota” si intitolava “Quale bellezza salverà il mondo?”. A tale inquietante domanda il Card. Martini rispondeva affermando che “la bellezza che salva il mondo è l’amore che condivide il dolore”. Un amore che ha trovato la sua icona massima nella inaudita dedizione di un Dio che nella croce di Gesù ha manifestato in pienezza la sua carità. Un’icona da guardare in continuazione se solo si vuole fondare la donazione di sè in qualcosa di ben più solido che non la nostra fragile volontà.
 
È per questo che, come Caritas Ambrosiana, continuiamo a sentire il Card. Martini come particolarmente affine: non certo perchè è stato un Vescovo “sociale”, ma perchè ha saputo mostrare e vivere uno stile di carità che dice l’eccedenza di un’esperienza di fede in cui l’incontro col mistero del Dio cristiano ci rende a sua immagine e somiglianza.
 
Don Roberto Davanzo

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