Testimonianza da Goma


Finché c'è vita, c'è speranza.

Aerei ed elicotteri fanno un rumore assordante a Goma. L'aeroporto è vicinissimo al centro città e si ha quasi l'impressione che qualcuno abbia confuso il giardino di casa per la pista d'atterraggio.

Ma in città nessuno sembrava accorgersene. Tutti proseguivano i loro rispettivi lavori indisturbati, ormai troppo usi a quel frastuono quotidiano.
E dal 20 novembre scorso, il silenzio più assoluto. Il silenzio della guerra che tutto ferma e tutti fa tacere.
Quindici giorni tra il silenzio scalpitante dei civili, serrati nelle loro dimore senza luce né acqua, e la drammatica sinfonia di proiettili e bombe che esplodevano nel cuore pulsante di Goma.
Dopo la presa della città da parte dei ribelli, il traffico aereo è stato sospeso. Goma è stata isolata. Sono stati tagliati i suoi principali collegamenti commerciali. I prezzi del cibo sono montati alle stelle.
 
In un aereo semivuoto proveniente dalla tranquilla Kindu, atterro a Goma. Mi sembra di ritrovare tutto com'era. Gli ombrelloni al mercato, la folla che cerca di farsi spazio tra pagnes, orologi usati, frutta coloratissima.
Eppure no. Le facce conosciute hanno un'espressione diversa, così come il tono dei loro racconti. Mi basta incontrare il sorridentissimo Imani ad aspettarci in aeroporto per capire che niente è come prima. E così, uno alla volta, tutti gli altri. Sempre lì, dove li avevo lasciati, ad adempiere i loro doveri con l'allegra rumba congolese in sottofondo.
 
La rassicurazione della routine quotidiana non esiste a Goma.
Esercitare il proprio mestiere, fare previsioni, avere piccoli progetti per un futuro anche non troppo lontano è una conquista faticosa di ogni giorno.
 
È così che i risparmi messi da parte per le tasse scolastiche dei propri figli vengono depredati durante uno dei numerosissimi saccheggi da parte dei militari (ribelli e non); che il matrimonio della figlia di Jean-Baptiste da evento gioioso diventa forte motivo di preoccupazione e verrà celebrato in fretta e furia; che mentre faceva due semplici compere per la casa, nel solito chioschetto, Achilles viene aggredito e rapinato; che David ha deciso di rinunciare una volta per tutte a coltivare il piccolo appezzamento di terreno che aveva acquistato: i frutti del suo lavoro vengono puntualmente 'raccolti' dal militare di turno.
 
Mentre scrivo arrivano notizie contrastanti. Come i 'gomaschi', tristemente esperti, sapevano bene, la calma di questi giorni era solo apparente.
Le negoziazioni procedono lentamente ed a porte semi-chiuse, molti ribelli continuano ad essere in città in abiti civili, e gli altri sono a soli 5 km da Goma. Si vocifera che circa duemila militari rwandesi abbiano varcato il confine e che le truppe regolari congolesi FARDC stiano tacitamente alleandosi con le FDLR (il principale gruppo residuo di ribelli ruandesi hutu) con il rischio che il conflitto assuma pericolosi connotati etnici.
La speranza è che rimangano semplici voci.

Dato però già certo e preoccupante è che le condizioni di vita nei campi di accoglienza risentono di un sovraffollamento che sfugge da ogni controllo: dallo scorso marzo i rifugiati nell'est della RD Congo sono più che raddoppiati, raggiungendo il milione. Tra questi circa 800 bambini hanno perso le proprie famiglie.
 
Gli expats evacuano e si preparano per le loro vacanze natalizie.
I locali restano.
La vita va avanti.
In un paese ed in una lingua in cui vita significa guerra.
 
Adesso sono loro a rivolgere lo sguardo al cielo ad ogni passaggio di aereo, tra la curiosità fanciullesca ed un effimero senso di tranquillità. Fino a quando gli aerei civili sorvoleranno la città, la situazione sarà sotto controllo.
 
Che il silenzio non cada ancora su Goma.

 

Chiara Briguglio

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