Lo spreco degli uomini, lo spreco di Dio

Quello dello spreco, della eccedenza di produzione alimentare e del conseguente in-utilizzo è uno dei temi con i quali fare i conti se si vuole affrontare in modo serio la questione della fame che ancora colpisce centinaia di milioni di esseri umani. In questi mesi che ci preparavano ad Expo ci siamo ripetuti innumerevoli volte che il pianeta è in grado di produrre cibo ben oltre le necessità dei circa sette miliardi di persone che lo abitano. Quello che ancora l’economia, la politica, la finanza e il mercato non sono riusciti a fare è permettere a tutti di accedervi in modo dignitoso. Con la conseguenza che risorse incalcolabili finiscono nella spazzatura dopo aver avuto bisogno di enormi energie per essere prodotte (in termini di acqua, di terra, di lavoro umano, ...).

A fronte di questo modo di parlare dello spreco, la rivelazione cristiana parla di un Dio paradossalmente “sprecone” nel suo modo di mostrare il suo amore per l’uomo. Bastino alcuni esempi ben conosciuti da riportare alla memoria. Cominciamo con quello che l’evangelista Giovanni chiama il primo “segno” fatto da Gesù a Cana di galilea: si trattò di circa seicento litri di acqua trasformata in vino di ottima qualità, a dire di un Dio che non sopporta che la vita dell’uomo perda la sua dimensione di festa. Ma poi pensiamo all’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci quando cinque pani divennero cinquemila e ci fu abbondanza e tutti mangiarono a sazietà. Fino allo spreco, al punto che gli avanzi vennero raccolti in dodici ceste. Uno spreco in cui però nulla andò perso, a differenza di come scandalosamente spesso facciamo noi umani. Il messaggio del Vangelo è chiaro: con Gesù si entra in contatto con la sproporzione di Dio che parte dal calore di un pane che deve essere spezzato e non dalla freddezza del denaro che cerca la solitudine dei depositi bancari.

In questa logica di uno spreco di Dio, di una esagerazione, di una sconfitta dei calcoli meschini degli uomini, riuscì ad entrarvi una donna, Maria la sorella di Lazzaro, quando nell’imminenza della passione di Gesù fece il gesto un po’ pazzo di versare sui suoi piedi una quantità incredibile di profumo di nardo che valeva un anno di salario di un operaio. Anche quella volta si trattò di uno spreco, ma Gesù difese Maria dalle critiche di Giuda: quella donna aveva intuito che andare dietro a Gesù significa liberarsi da qualsiasi aritmetica e accaparramento egoistico.

Questo ci permette di affermare che una delle caratteristiche della vera carità è la gratuità, l’eccedenza. Mettersi di fronte al crocifisso significa assistere allo spettacolo di un amore talmente sconfinato da apparire incredibile. Ne deriva che il nostro impegno per l’uomo è vero se è gratuito, cioè se è universale, se ci fa stare dalla parte degli ultimi, se non ci fa chiedere nulla in cambio.
Ma parlare di eccedenza dell’amore di Dio per l’uomo significa anche riconoscere che quell’amore va ben oltre i bisogni dell’uomo. Ecco perchè assieme alle “cose”, al “pane”, siamo chiamati al coraggio di saper offrire agli uomini un dono (e una notizia) che va oltre le loro richieste. È guardando Dio che la Chiesa apprende come servire l’uomo.

Concludo con il racconto di un’ultima esagerazione, di un ultimo spreco da parte di Dio. Se ne fa interprete il profeta Isaia quando descrive il destino ultimo dell’uomo come un grande banchetto che Dio preparerà al termine dei giorni (v. cap. 25), fatto “di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati”. Isaia parla di un banchetto ma allude a ben altro. Infatti  il Signore “eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto”. È bello pensare a un Dio-cuoco raffigurato da Gesù risorto forse nella sua ultima apparizione ai discepoli (v. Gv 21) quando li incontra all’alba sulle sponde del lago di Tiberiade e prepara per loro una colazione di pane e pesce abbrustolito. Poca roba rispetto alla profezia di Isaia, certo. Ma il fatto che sia il risorto a cucinarli annuncia che fornelli e pentole sono già all’opera.
 
Don Roberto Davanzo


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